Accolta sin da subito con scetticismo a causa della mancanza della protagonista Hannah Baker, la terza stagione di 13 Reasons Why ha lasciato la maggior parte dei suoi spettatori amareggiati e stupiti dall’inusuale piega degli eventi che ha scelto di seguire nel corso del finale, troppo distante e incongruente rispetto alle caratteristiche che hanno reso la serie una vera e propria guida imprescindibile su come trattare adeguatamente dei temi estremamente delicati e poco considerati, come il suicidio e il bullismo, in una maniera realistica e sincera nella sua più crudele schiettezza. Sebbene l’intera stagione sia stata costellata di alti e bassi, tra puntate estremamente toccanti e degne di essere ricordate e altre più sottotono e senza nulla di significativo da dire, l’episodio finale è stato quello che ha generato le più accese discussioni sulla natura intrinseca di questa serie Netflix, avanzando importanti riflessioni sul senso ultimo di un progetto partito con grandi ideali ma che si sta lentamente e inesorabilmente richiudendo su se stesso.

Se la prima stagione si era concentrata sulle ragioni che avevano spinto al suicidio la protagonista Hannah Baker e sulle audiocassette da lei lasciate a tutti coloro che avevano in qualche modo contribuito alla sua depressione e successiva autodistruzione, la seconda aveva deciso di indagare i retroscena di ciascun personaggio coinvolto nella tragedia, scoprendo nuovi lati della storia di Hannah ma, soprattutto, si era focalizzata sul tentativo di trovare giustizia in tribunale per la ragazza e per tutte quelle che, come lei, erano state violentate da Bryce alla Liberty High School. Così come molto spesso accade nella realtà, l’ingiustizia aveva crudelmente trionfato lasciando il giovane stupratore libero e indisturbato e ponendo dei seri dubbi sull’imparzialità della legge e sui meriti del potere giudiziario. Per quanto malinconico e scoraggiante, questo finale si adattava perfettamente alla realtà che ci circonda, ricordandoci che sotto queste storie inventate esistono dei casi reali e ugualmente dolorosi che non dobbiamo mai dimenticare o mettere in disparte.

Tutti questi grandi e buoni propositi sono stati però distrutti con l’avvento della terza stagione e, in particolare, da un finale in cui prevaricano le celebrazioni di criminali a fin di bene che, seppur circondati da amici che li aiutano in situazioni di difficoltà, rimarranno sempre e comunque allo stesso livello di coloro che hanno mostrato le loro colpe ma sono comunque scampati di fronte alla giustizia. Dopo aver trascorso le precedenti tredici puntate a condannare in ogni modo le ingiustizie che avvengono nelle aule di tribunale, questi ultimi episodi e i loro personaggi dimenticano completamente la strada che hanno percorso fino ad oggi, riscrivendo totalmente una storia di denuncia per trasformarla nell’ennesimo elogio all’amicizia e al potere collettivo. In passato, 13 Reasons Why ci insegnava a renderci più coscienti e vigili dei problemi di coloro che ci circondano, di stare più attenti alle conseguenze involontarie che i nostri piccoli gesti, per noi poco importanti, possono diventare per gli altri e di non mostrarci mai deboli e remissivi di fronte alle ingiustizie ma di combatterle fino in fondo a testa alta, ma in quest’ultima stagione ci ha solo consigliato di crearci una buona cerchia di conoscenze che nasconda le nostre colpe agli occhi del mondo, anziché prenderne atto e assumersi le proprie responsabilità.

13 Reasons Why: un finale di stagione controverso e poco apprezzato

I paragrafi che seguono contengono SPOILERS sul finale della terza stagione di Tredici!

Così come annunciato nei vari poster e trailer promozionali, il punto focale della terza stagione era quello di scoprire l’assassino di Bryce: un compito arduo considerato che chiunque, per un motivo o per un altro, aveva una buona ragione per vendicarsi di ciò che aveva commesso nel corso dei precedenti episodi. Ogni puntata ci ha presentato i possibili colpevoli e le varie motivazioni ma alla fine le varie teorie che chiunque di noi ha cercato di mettere in piedi non sono servite assolutamente a nulla perché Bryce è morto non tanto per vendetta ma più per un eccesso di rabbia da parte di uno dei protagonisti. Un finale deludente, se non fosse che il colpevole non ha nemmeno pagato per il suo crimine, riversando la sua colpa su qualcun altro e venendo perdonato e, quasi osannato, dai suoi più stretti compagni di sventure.

Per gran parte della stagione, il principale accusato era, per ovvie ragioni, lo sfortunato protagonista Clay, il quale aveva minacciato Bryce in più di un’occasione ed era perfino arrivato a puntargli una pistola quando il violentatore era stato prosciolto dalle accuse nel corso della seconda stagione. Tutti i sospetti da parte della polizia convergevano quindi su di lui ma alla fine si è scoperto che tra le diverse persone coinvolte nell’omicidio, Clay era assolutamente innocente (ed era difficile immaginare il contrario). All’inizio dell’ultima puntata si è così scoperto come Bryce fosse stato dapprima brutalmente picchiato da Zach per vendicarsi di avergli rotto il ginocchio e aver distrutto la sua promettente carriera da atleta. Lasciato a terra agonizzante e con una gamba e un braccio rotti, Bryce ha poi avuto una discussione con Jessica e Alex e proprio quest’ultimo, in un acceso scatto d’ira, ha spinto il ragazzo in acqua facendolo annegare. Ad essere incolpato per l’omicidio però non è stato Alex, bensì un altro personaggio molto vicino a Bryce.

13 Reasons Why: il capovolgimento del personaggio di Monty

Grazie a un piano ben congeniato, Clay e i suoi amici sono riusciti infatti a divergere l’attenzione da Alex e a far incriminare al suo posto Monty, che in quel momento era stato appena accusato per aver aggredito e violentato Tyler nei bagni nel corso della seconda stagione e che si trovava in carcere, probabilmente in attesa del processo. Come tutti gli altri, anche Monty aveva dei buoni motivi per uccidere il suo ex-migliore amico, in quanto Bryce aveva scoperto dell’aggressione a Tyler e aveva intenzione di denunciarlo alla polizia se il bullismo perpetuante  non fosse finito all’interno della Liberty High School. Proprio questa motivazione e la presunta mancanza di un alibi sono state utilizzate per far ricadere tutte le colpe su Monty che, però, non è riuscito nemmeno a difendersi dalle falsi accuse rivoltegli dal momento che poche ore aveva deciso di suicidarsi nella sua cella. Un finale dolceamaro tutt’altro che apprezzato e apprezzabile che ha lasciato sbigottiti tutti quanti. Sebbene il personaggio di Monty fosse deprecabile e abbia commesso azioni indicibili nel corso dell’intera serie, è assurdo pensare che egli sia stato incolpato di un crimine che non ha commesso per lasciar vivere in pace e serenamente Alex, il vero colpevole dell’omicidio di Bryce. Dov’è la ricerca della verità e della giustizia di cui si è tanto parlato nel corso di due stagioni?

Ma non è soltanto la mistificazione del colpevole a gettare una cattiva luce su un finale controverso ed estremamente sbagliato, bensì anche la dipartita di un personaggio che poteva essere sfruttato in una maniera molto più profonda e assennata. Durante gli ultimi episodi di questa stagione, Monty aveva avuto una crescita esponenziale, emergendo con sfaccettature tremendamente complesse rispetto al suo ruolo di semplice bullo della scuola. Dalla scoperta di un rapporto difficile e violento con il padre all’introspezione di una repressa tendenza omosessuale negata e mai accettata che ha dato un vero volto a un cattivo che si è rivelato contorto e articolato quasi al pari del suo amico Bryce. Troppo spesso ci vengono presentati personaggi unilaterali che non rispecchiano la realtà, semplicemente additandoli come i malvagi della situazione ma senza fornire ulteriori particolari in merito. In questo caso, la serie era riuscita ad entrare in profondità, fornendo uno sguardo ravvicinato a una delle persone più odiate dagli spettatori ma, allo stesso tempo, anche meno sviscerate nella sua complessità fino a questo momento. Sebbene la terza stagione fosse sull’omicidio di quest’ultimo, alla fine è stato proprio Monty a fornire le più grandi rivelazioni e a farci scoprire come, molte volte e per alcune persone, è più facile indossare una maschera davanti al mondo e di fronte allo specchio, diventando col tempo un terribile mostro ripugnante da temere e disprezzare piuttosto che rimanendo una vittima innocente della situazione.

Il finale della terza stagione di 13 Reasons Why ha quindi lasciato alcuni spiragli per dei nuovi episodi che, forse, sveleranno le tremende bugie che il gruppo di Clay ha dovuto inventare per proteggere Alex e Tyler. Dal ritrovamento delle armi per lo sventato attentato alla scuola alla scoperta del vero alibi di Monty, che al momento dell’omicidio si trovava a letto con un ragazzo della Hillcrest High School, riuscirà la verità a venire a galla e, soprattutto, la giustizia a trovare per una buona volta il suo corso?