Tabula Rasa: la recensione del thriller Netflix sulla perdita di memoria

Perdere la memoria può essere un incubo, ma a volte, quando riaffiora dalla mente ciò che era stato nascosto, non è difficile mettere in dubbio la nostra stessa vita e la percezione che abbiamo di noi stessi. Tabula Rasa, recentissima serie Netflix di produzione belga-fiamminga, esaspera questi concetti chiave inserendoli in un’atmosfera sempre in bilico tra thriller psicologico e horror.

Annemie d’Haeze – per tutti Mie – ballerina e cantante di teatro, soffre di una particolare forma di amnesia a causa di un gravissimo incidente d’auto, e ad ogni minimo accenno di stress o ansia la malattia non fa che ripresentarsi con maggior forza, come una potente tempesta di sabbia rossa che cancella tutto ciò che incontra. I vuoti di memoria di Mie sono però più che un problema personale: Thomas de Geest, un’abitante del paese, è scomparso, e l’ultima persona con cui è stato visto è proprio la protagonista. In una claustrofobica corsa contro il tempo all’interno di un istituto di salute mentale, Mie dovrà cercare la verità, combattendo da sola una guerra nella quale nessuno ha intenzione di essere ricordato.

L’orma di Netflix sulla serie è palese, e ciò è percepibile in particolar modo dai colori – estremamente cupi e opachi – e dalla regia stessa, incentrata a metà tra paesaggi avvolti dalla nebbia e riprese in primo piano dei personaggi, immersi nei loro drammi interiori: dopotutto, la Germania rappresentata in Dark non sembra essere così lontana. Persino i plot twist, veri e propri catalizzatori dell’opera, sembrano puntare sull’usato sicuro, seguendo il filone aperto da alcune delle serie più apprezzate degli ultimi anni, come Mr. Robot o Legion.

La piccola Cécile Enthoven, che interpreta Romy d’Haeze, in una scena della serie Tabula Rasa.

Menzione a parte va invece fatta per la recitazione, forse l’unico elemento di autonomia della serie da canoni ben prestabiliti. Il cast attoriale, totalmente fiammingo, non sfigura, mostrando anzi alcune interpretazioni sopra la media, tra cui quella di Veerle Baetens che interpreta la protagonista Annemie d’Haeze, che ricopre anche il ruolo di sceneggiatrice oltre che di attrice. Vero fulcro recitativo della serie, la Baetens sa rappresentare fin dai più semplici gesti il ritratto di una donna spaccata a metà, sempre sicura di sé ma incapace di arginare le scelte sbagliate compiute dalle persone di cui si fidava di più. Anche la piccola Cécile Enthoven, che interpreta Romy d’Haeze, con una recitazione fatta più di silenzi – inquietanti – che di parole, riesce ad essere molto più convincente di molti suoi colleghi adulti.

Pur puntando su format oramai consolidati, i registi Kaat Beels e Jonas Govaerts riescono a creare un’atmosfera ansiogena e carica di suspense, e i vari colpi di scena utilizzati all’interno delle nove puntate non fanno che rendere la trama ancor più intricata e pronta a ribaltarsi in ogni momento.

In definitiva, per quanto abbia puntato in maniera facile su tematiche care al pubblico delle serie televisive, Tabula Rasa non può che ottenere un commento positivo: il risultato è piacevole e di pregevole fattura, e il prodotto, fortemente trainato da una recitazione originale, è in grado di prendere il meglio che il panorama belga offre a uso e consumo di una platea internazionale.