Russian Doll è la novità Netflix di questo Febbraio 2019. La serie, ideata da Amy Poehler, Leslye Headland e Natasha Lyonne (Tutti dicono I Love YouAmerican Pie, Orange is the new black), che ne interpreta anche la protagonista Nadia, è composta da otto episodi di breve durata: meno di 30 minuti ciascuno. Potrebbe apparire, per questo, come una sorta di lungometraggio in episodi, essendo la vicenda autoconclusiva. Nonostante ciò, già si parla della possibilità di una seconda stagione.

La serie sfrutta un tema trito e ritrito dalla filmografia mondiale, quello dei loop temporali e della morte che anziché segnare la fine comporta solo l’inizio di un nuovo ciclo (a tal proposito di recente è stata annunciato il sequel di Auguri per la tua morte, film del 2017 che si basa su questo stesso topic).

La storia ruota intono a Nadia, una donna cinica e solitaria che, a causa del suo passato problematico, ha problemi a legarsi alle persone in maniera duratura. Il giorno del suo compleanno, durante una festa organizzata dalle sue uniche amiche, morirà per risvegliarsi illesa durante la stessa festa che aveva lasciato. La donna, cercando di scoprire la causa di queste sue morti ripetute, si ritroverà faccia a faccia con il suo passato, i suoi problemi relazionali e gli errori commessi.

Russian Doll ripropone un tema ben noto al grande pubblico e lo utilizza in maniera unica come spunto per compiere una profonda riflessione sull’umanità e sulle relazioni ai nostri tempi. La serie, come si evince dal titolo, sfrutta la metafora della matrioska, per indicare la necessità di questa donna, di morire ogni volta, e quindi perdere l’opportunità di vivere e di rimediare ai propri sbagli, per poter giungere al cuore dei suoi problemi e alla sua vera Sé. La Nadia dei primi episodi è sarcastica, una vera dura, ma con l’evolversi della vicenda, conosciamo a fondo il suo personaggio, il suo passato, il rapporto con la madre e con tutti i personaggi apparentemente secondari della storia. Comprendiamo la sua sofferenza e capiamo, assieme a lei, l’importanza del saper chiedere aiuto, dell’affidarsi all’altro. Nadia è una persona che ha scelto di essere sola, non chiede mai aiuto e non si fida delle persone, pur essendo circondata da molti amici e persone che le vogliono bene.

Il suo viaggio nella morte è in realtà un percorso che la porterà, attraverso l’incontro con l’altro, a rivalutare la propria esistenza solitaria e a comprendere l’importanza dell’amore, dell’amicizia, dell’empatia e della carità: insomma, capirà quanto sia importante per le persone avere relazioni ed esserci l’uno per l’altro. Nadia si ritroverà ad aiutare persone che nemmeno conosceva prima di iniziare questo pazzesco loop e, a sua volta, avrà bisogno di essere aiutata, di chiedere, e soprattutto di accettare l’aiuto altrui. Russian Doll non sottolinea semplicemente l’importanza dell’essere buoni amici, buone madri, buoni fidanzati, ma evidenzia la necessità che la nostra società ha di persone che siano buone le une con le altre sempre, che tutti siano umani anche con gli sconosciuti. Riflettendo sul rapporto tra Nadia e un altro fondamentale personaggio, Alan, di cui non vi parleremo per evitare spoiler, Charlie Barnett afferma: “They are there for each other as much as anyone walking down the street can be for you”.

Attraverso la presenza dell’altro, Nadia riesce a rivalutare la propria vita e torna ad apprezzarla, abbandonando quel senso di autodistruzione e fallimento che caratterizzava la sua esistenza. La serie, definite una dark-comedy, riflette in maniera onesta e aperta su un tema di cui spesso spaventa parlare. A questo proposito, Natasha Lyonne ha affermato al magazine The Hollywood Reporter: “As you move into modern times, we’re realizing that it’s very adult and very accomplished people who find that life is simply too much to bear. That’s a very real thing that we need to remove a cloak of shame around. I think we need to be discussing freely and openly the underlying brokenness of the human experience”. L’attrice ha poi aggiunto che questa esperienza di sofferenza e auto-distruttività narrata efficacemente nella serie, prende ispirazione dal suo vissuto.

La serie, partendo con un tono leggero e di comicità, e tramutandosi poi in qualcosa di diverso, una narrazione più intima e oscura, ci insegna che tutti qualche volta possono cedere, e anche le persone apparentemente più felici, brillanti e di successo, la cui vita appare come assolutamente perfetta, possono, in realtà, celare un dolore profondo e trovare insopportabile la loro stessa vita. Ognuno di noi dovrà confrontarsi con questa oscurità per poter apprezzare davvero la propria esistenza e saper cogliere, anche nei momenti peggiori, il buono di ogni giorno.

Ulteriori note positive che si rintracciano in questa serie sono le magnifiche interpretazioni di ciascuno dei personaggi, dai principali fino a coloro che appaiono brevemente in un solo episodio, un utilizzo magistrale della musica – a chi non è entrata in testa la canzone Gotta get up di Harry Nilsson? – e una regia e fotografia capaci, con una sola inquadratura e con un sagace utilizzo dei colori, di rappresentare i diversi stili di vita di Alan e Nadia e di indicare da subito la natura dark di questa moderna comedy. Infine, è importante sottolineare l’utilizzo della figura della terapeuta in questa serie: se inizialmente il personaggio di Ruth appariva stereotipato e a tratti ridicolizzato, con il trascorrere degli episodi la serie ha reso giustizia al ruolo del terapeuta e alla sua fondamentale funzione di sostegno e supporto, a riprova che essere capaci di chiedere aiuto e di accettare tale appoggio non sia qualcosa che ci rende deboli ma, piuttosto, umani.

Insomma, non ci resta che raccomandarvi la visione di questa serie e di incrociare le dita per il suo futuro rinnovo; e se ancora non siete convinti, per tutti i fan di Orange is the new black ci sarà una sorpresa da scoprire.