Maniac: un viaggio all’interno della mente e delle emozioni umane

“Cameratismo, comunione, famiglia, amore, amicizia e tutto il resto. Siamo persi senza una connessione.”

Connessione. È questa la parola chiave della miniserie statunitense (rifacimento dell’omonima serie TV norvegese) creata e diretta da Cary Fukunaga che, dopo averci regalato un gioiellino come la prima stagione di True Detective, approda nuovamente nel mondo delle serialità televisiva con quest’opera intitolata Maniac. Da sempre i meccanismi della mente umana, per il loro fascino intrinseco, hanno costituito un tema di indubbio interesse per vari studiosi e artisti e da parte sua Maniac, con i suoi 10 episodi autoconclusivi, non solo affronta in maniera più che originale il delicato tema delle malattie mentali ma ci conduce, attraverso un viaggio che tocca tutto lo spettro delle emozioni umane, alla scoperta dei nostri bisogni più primordiali e intimi.

Emma Stone e Jonah Hill sono i protagonisti di Maniac, nuova serie diretta da Cary Fukunaga.

La serie è ambientata in un futuro distopico non troppo lontano, nel quale la sempre più accentuata mancanza di connessioni fra gli essere umani, sia emotive che fisiche, ha portato alla costituzione di una società ipertecnologica volta a supplire ipocritamente proprio a questa mancanza stessa. Una società futuristica, quasi grottesca, nella quale la mancanza di reali interazioni umane si evidenzia nei servizi che la società stessa mette a disposizione dei suoi cittadini, come nel caso dell’app “trova un amico” nella quale due persone sconosciute si incontrano e simulano una vera e propria amicizia decennale. Inoltre, ogni essere umano, oltre a depersonalizzarsi attraverso la possibilità di prestare il proprio volto per innumerevoli campagne pubblicitarie, può avere il proprio Ad-Buddy ovvero un accompagnatore personale, usato come mezzo di pagamento, incaricato di ripetere incessantemente centinaia di annunci pubblicitari fino ad arrivare a saldare il prezzo speso.

In questo contesto si trovano a vivere, o meglio ad esistere, i due protagonisti: Owen (Jonah Hill) ed Annie (Emma Stone). Owen, schizofrenico e con diagnosi di pavidità costante, combatte con la proiezione immaginaria del fratello che avrebbe voluto e con l’inettitudine della propria famiglia, mentre Annie, una ragazza dipendente da pillole, soffre di depressione in seguito alla tragica morte della sorella minore. Entrambi scelgono di sottoporsi ad una sperimentazione farmaceutica rivoluzionaria che, attraverso la somministrazione di tre pillole, promette di guarire tutte le malattie della mente e di condurre alla felicità.

“In pratica la mia missione è di eliminare le forme inutili e inefficienti di dolore negli essere umani. Per sempre. Dobbiamo evolvere oltre la nostra sofferenza.” – Dottor James K. Mantleray

Uno dei punti di forza di Maniac risiede proprio in questo spettacolare uso della fotografia.

Durante la sperimentazione i due protagonisti, oltre ad affrontare i traumi subiti, grazie al supercomputer GRTA si troveranno a vivere delle realtà simulate (delle specie di sogni chiamati riflessi) nei quali continueranno sorprendentemente ad incontrarsi, sotto varie forme ed in varie vite diverse, stabilendo una profonda connessione che sembra andare oltre qualsiasi calcolo matematico.

Numerosi sono i punti di forza di una serie TV come Maniac il cui fascino risiede non solo nell’originalità della sceneggiatura (divertente e profonda allo stesso tempo) ma anche nel forte impatto visivo dato dalle esplosioni cromatiche della fotografia e dalla scenografia futuristica (i grossi computer e le luci espressionistiche dei neon e dei pulsanti, così come il bianco asettico della sala e la silhouette delle poltroncine non possono non ricordare Brazil di Terry Gilliam). La fotografia varia inoltre a seconda della realtà vissuta, passando dai toni cupi e grigi della realtà esterna ai forti contrasti cromatici delle luci all’interno dello studio farmaceutico, fino ad arrivare a creare vere e proprie atmosfere di genere nei vari riflessi (passando dai toni vivaci del fantasy a quelli più dark e scuri del neo-noir, per approdare poi anche nello sgargiante mondo degli anni ‘80).

I protagonisti Owen e Annie si troveranno a vivere diverse realtà simulate nel corso della stagione.

Ad arricchire il comparto tecnico si aggiunge una regia profondamente coerente con il tema trattato e che, alle volte, utilizza tecniche di ripresa leggermente deformanti a conferire e ribadire una sensazione di distorsione della realtà. Particolare nota di merito per il piano sequenza di 2 minuti che mette in scena la fuga dei due protagonisti in uno dei riflessi finali. Molto ben realizzata anche l’elegante colonna sonora composta da Dan Romer che risulta fondamentale per trasmette l’atmosfera del film, in bilico fra drammaticità e leggerezza.

Sicuramente non da meno è la bravura dell’intero cast. Senza nulla togliere alle grandi interpretazioni di Emma Stone e Jonah Hill, che riescono a creare un’alchimia che funziona, portando in scena due personaggi ben caratterizzati e mai banali, la grande sorpresa, merito anche della sceneggiatura, sembra però arrivare dalle retrovie. Sono infatti le interpretazioni di Justin Theroux (dottor James K. Mantleray) e di Sally Field (sua madre, Greta Mantleray) a colpire maggiormente, sia per l’eclettismo dei due personaggi che per la grande prova attoriale portata sullo schermo.

Sally Field interpreta magistralmente Greta Mantleray, regala una grande prova attoriale nella serie tv Maniac.

La miniserie targata Netflix mette quindi in scena un mondo permeato da una profonda solitudine e lo fa toccando vari temi ed offrendo numerosi spunti su cui riflettere. L’alienazione di Owen dal mondo e da tutte le connessioni umane è rappresentata proprio nel dipinto gigante appeso nella parete di casa del fratello, nel quale appare maestosamente tutta la famiglia eccetto lui, relegato in un quadrettino minuscolo a lato del muro.

Uno dei temi affrontati più interessanti riguarda il rapporto fra l’essere umano e l’intelligenza artificiale (in questo caso il supercomputer GRTA progettato sulla base della mente e delle emozioni umane). Un tema sempre attuale che rimanda ad uno dei capolavori della storia del cinema, 2001: Odissea nello spazio, nel quale il supercomuper HAL 9000, proprio come succede con GRTA in Maniac, decide di ribellarsi all’uomo e di non essere più subordinato al suo creatore. In entrambi i casi è l’umanizzazione voluta di una macchina il punto focale. Se nel film di Kubrick è il sentimento della paura a far agire HAL in un determinato modo, in Maniac è sempre un sentimento umano (la tristezza e la depressione per la perdita del suo amato dottor Muramoto) a far nascere in GRTA un grande conflitto interiore che la porterà poi ad inficiare sulla riuscita del test. Viene quindi naturale chiedersi se sia giusta una contaminazione uomo-macchina a tali livelli. È la tecnologia che deve servire come aiuto all’umanità o siamo noi stessi succubi della tecnologia che creiamo?

Il supercomputer GRTA come un moderno riferimento all’HAL 9000 del capolavoro 2001: Odissea nello spazio.

Nell’affascinante multiverso di Maniac due anime solitarie e tristi come quelle di Owen ed Annie sembrano essere destinate ad incontrarsi continuamente nei vari riflessi nei quali, inaspettatamente, hanno ricordi di intere vite vissute insieme. I riflessi, inoltre, non sono mai costruiti a caso: essi, infatti, sono realizzati sulla base dei loro traumi e delle loro più grandi paure. Ed è proprio nei riflessi che entrambi troveranno la connessione che gli mancava nella vita reale. In questo eccentrico viaggio fra mondo reale, malattie mentali e realtà simulate è interessante notare come più volte ricorra un libro che non a caso narra la follia immaginaria del suo protagonista, il Don Chisciotte di Cervantes.

Maniac, quindi, sembra metterci davanti a domande scomode ma necessarie per cercare di comprendere la grande gamma di emozioni umane: il vero dolore, quello profondo e lancinante, può essere superato solo guardandolo in faccia e non rifugiandosi nella propria mente, la vita va affrontata e le connessioni sono imprescindibili per ogni essere umano. Tutti noi, infatti, nel profondo aneliamo alla ricerca di quei sentimenti che sembrano andare oltre tutto ciò che di comprensibile esiste e che, come dice Annie alla fine, ci suggeriscono che forse l’universo non è caos totale.