Nel 2011, Joe Wright aveva stupito il mondo decidendo di cambiare improvvisamente il proprio registro stilistico portando in scena un action-thriller che si allontanava in maniera radicale dai suoi primi due lavori di trasposizione di famosi classici letterari inglesi. La sceneggiatura, scritta da Seth Lochhead quando era studente all’università e finalizzata da David Farr, ruotava intorno alle vicende di una giovane ragazza, cresciuta in una capanna immersa nelle foreste svedesi, che era stata allevata come un soldato dal padre per essere pronta ad uccidere coloro che le davano la caccia sin dalla sua nascita. Il tema di un’adolescente capace di diventare all’occorrenza un’assassina a sangue freddo con incredibili doti di combattimento e un’esigua quantità di compassione nei confronti delle sue vittime era già stato al centro di quel famoso Nikita prodotto e diretto da Luc Besson, che aveva mostrato per la prima volta il genere femminile, anche in questo caso in età giovanile, capace di commettere le stesse azioni di uomini adulti impietosi.

Il film Hanna condivide con questo e tantissime altre sue opere antecedenti solamente l’idea di base di una giovane in grado di uccidere senza rimorso, per poi intingerla con un lieve gusto gotico descrivendo il viaggio di una ragazzina alla scoperta di se stessa e delle proprie capacità fuori dal comune. La storia era incentrata sulla protagonista che compiva una sorta di rito di passaggio per passare dalla fase adolescente a quella più adulta e inserirsi in un mondo dal quale era stata estraniata per tutta la durata della sua vita, preparandosi ai futuri ostacoli che avrebbe incontrato nel corso del suo imprevedibile cammino, all’interno di una società con la quale condivideva ben poco. La pellicola di Joe Wright ottenne un discreto favore da parte della critica, che apprezzò soprattutto le interpretazioni delle due protagoniste principali, ossia Saoirse Ronan nei panni di Hanna e Cate Blanchett in quelli dell’agente della CIA che le dava la caccia Marissa Wiegler, riscuotendo al contrario una generale indifferenza presso il botteghino mondiale. Nonostante questo, a distanza di sei anni, Amazon ha annunciato a febbraio 2017 l’inizio della produzione di una serie TV ispirata al film con David Farr, già sceneggiatore della pellicola cinematografica, a scrivere la corrispettiva versione serializzata e a rivestirne il ruolo di creatore. A riprendere i ruoli dei tre protagonisti ci sono Esme Creed-Miles nelle fattezze di Hanna e l’accoppiata della serie TV The Killing Mireille Enos e Joel Kinnaman, che qui ricoprono i personaggi di Marissa ed Erik.

La serie TV inizia esattamente nello stesso modo in cui era cominciata la pellicola di Joe Wright, con una giovane ragazza che si allena a cacciare e a combattere con il padre in una località sperduta tra i boschi della Svezia. Nel corso del primo episodio vengono riprese in larga parte le stesse azioni e, perfino, le identiche parole che avevamo sentito pronunciare a Saoirse Ronan ed Eric Bana nel film ma, già verso la fine del pilot, si comincia ad intuire come le similarità tra le due opere siano destinate ben presto ad attenuarsi, in particolare dopo la seconda puntata, per poi arrestarsi del tutto nel corso del resto della serie, non solo a livello di eventi ma anche per ciò che riguarda la caratterizzazione dei vari personaggi.

Le differenze narrative con la versione cinematografica del regista Joe Wright

Al contrario della versione cinematografica, Hanna viene presentata come una ragazza ribelle, irruenta e attratta dal mondo che si dipana al di là degli alberi che circondano la sua zona sicura, sempre pronta a disubbidire agli ordini del genitore pur di seguire il proprio istinto verso la libertà, mettendosi così nei guai e provocando la serie di vicende che di lì a poco si susseguirà. Anche il rapporto con il padre presenta delle differenze radicali rispetto alla sua controparte sul grande schermo: se in quel caso sono complici di un piano architettato nel corso di sedici anni, sul piccolo schermo si intuisce sin da subito come la loro relazione sia abbastanza altalenante al punto tale che ci sarà un vero e proprio distacco tra i due per buona parte della stagione a causa delle continue bugie e omissioni a fin di bene che l’uomo riserva nei confronti della figlia. La Hanna cinematografica era stata cresciuta nella consapevolezza di ciò che era accaduto a sua madre e con lo specifico obiettivo di trovare Marissa per vendicarsi una volta che il suo addestramento fosse stato completato, mentre il suo corrispettivo televisivo ha come suo unico scopo quello di rimanere isolata e al sicuro da coloro che le vogliono fare del male, rinchiusa all’interno di una gabbia di vetro che per lei diventa troppo opprimente con l’avvicinarsi dell’età adulta e che, soprattutto, non può in alcun modo rappresentare una soluzione a lungo termine per i suoi problemi.

Una Hanna completamente diversa da come la conoscevamo

Nelle due diverse versioni, la protagonista possiede quindi una nascita e una crescita totalmente differenti, che provocano come conseguenza un carattere e un atteggiamento discordante e a tratti sfiancante a sfavore della trasposizione televisiva: se la prima Hanna era fredda e calcolatrice e scopriva il mondo attraverso occhi estremamente attenti, mirando a costruire un piano adeguato per raggiungere il proprio obiettivo, la seconda è la sua assoluta antitesi a causa della sua impulsività e sconsideratezza che le fa compiere sempre la scelta sbagliata nel momento meno opportuno, immergendosi nella società in maniera irresponsabile senza operare alcuna riflessione, assumendo così le sembianze di una ragazzina capricciosa a cui devono sottostare coloro che le vogliono stare vicino. Hanna non sa chi è, da dove proviene, né cosa vuole e per questo si fa trascinare più di una volta dai suoi impulsi naturali, ai quali dà prontamente la colpa per i suoi errori come se ella fosse un corpo votato all’omicidio privo di qualsiasi forma di intelletto. Se all’inizio si può capire e quasi giustificare il suo desiderio di essere una ragazza con una vita normale alla quale è permesso compiere le esperienze di qualsiasi altro adolescente, con il trascorrere del tempo l’atteggiamento perennemente incosciente e irriflessivo finisce per diventare un problema, caratterizzando negativamente il personaggio come insulso e puerile al quale è veramente difficile legarsi.

Così come l’atteggiamento di Hanna si trasforma da fiera combattente efferata votata alla risolutezza in ragazzina indisciplinata con problemi nel seguire le regole, anche il personaggio di Marisa subisce un estremo cambiamento che snatura completamente la direzione che aveva preso nel film. Al cinema, la Marisa di Cate Blanchett era una perfida e cinica antagonista che non si poneva alcuno scrupolo a compiere il lavoro sporco in prima persona e che rappresentava a tutti gli effetti uno spietato cattivo su cui focalizzare la propria attenzione, forse un po’ troppo esagerato ma comunque in grado di generare interesse e forti reazioni. Nella serie tv, il personaggio interpretato da Mireille Enos diventa una macchietta con poca spina dorsale che quasi si impietosisce di fronte a una ragazzina letale, che dormiente appare indifesa, e che prova addirittura rimorso per gli errori che ha compiuto nel suo sordido passato. La Marisa della versione seriale è tutt’altro che coinvolta nelle azioni peggiori che compie l’organizzazione, arrivando persino a un tentativo di redimersi non proprio attuato nella sua interezza, che per certi versi riduce il lato più infimo del personaggio originale trasformandolo in un individuo dalla scarsa personalità e privo di qualsiasi attrattiva. Marisa è un’antagonista dalle molteplici fragilità che pecca di buonismo e che presenta come unico difetto quello di svolgere ottimamente il lavoro per il quale viene pagata e del quale sembra essersi stancata.

La scrittura di alcuni personaggi non convince del tutto

Ma se i personaggi femminili non si dimostrano all’altezza delle aspettative, a causa più che altro di una sceneggiatura e caratterizzazione totalmente stravolta, nell’era del femminismo sempre più dilagante è proprio il protagonista maschile, che nel film aveva ricoperto un ruolo marginale e dimenticabile, a trovare il suo momento di riscatto. Nonostante la recitazione di Joel Kinnaman non si possa considerare memorabile, il personaggio di Erik Heller riesce a riscoprire la sua gloria attraverso uno sviluppo ben congeniato che mostra i retroscena della sua vita, a partire dallo sporco lavoro compiuto per reclutare la madre di Hanna e facendo emergere, di volta in volta, le varie sfaccettature della sua personalità, da padre di fatto più che di sangue alle colpe che lo divorano dall’interno per non aver protetto in maniera migliore coloro che amava fino agli slanci di eroismo incondizionato pur di espiare i propri peccati e, al contempo, salvare la situazione e la vita di Hanna.

Se al cinema egli era il personaggio più invisibile, importante per l’addestramento di Hanna ma non così indispensabile per la conclusione delle vicende, nella serie tv Erik è il protagonista che più si evolve nel corso della storia, che rappresenta il solido sostegno sul quale si erge il diramarsi delle vicende principali e con il quale più si riesce a empatizzare nonostante i suoi difetti e le sue passate colpe. A sostegno di quest’ultimo punto è probabilmente anche l’azzeccato inserimento di nuovi personaggi che contestualizzano la sua vita precedente ad Hanna e che si dimostrano pronti ad aiutarlo nell’attuazione dei suoi piani, non solo dimostrando una fedeltà che va oltre le minacce e la possibile tragica fine che li attenderà, ma anche introducendo e valorizzando abilmente il tema dell’amicizia tra ex-soldati.

Ma non sono solo i protagonisti ad ottenere un restyling, bensì anche i personaggi di contorno che avevamo intravisto nel film, che qui ottengono una personalità tutta nuova e una smisurata attenzione che ha come unico scopo quello di estendere buona parte delle vicende che, altrimenti, si sarebbero riassunte in metà degli episodi prodotti. La famiglia di Sophie che, in entrambe le versioni, aiuta Hanna a lasciare il Marocco per raggiungere l’Europa, riceve così uno spazio enorme che prontamente ricopre mettendo in scena i propri problemi familiari trattati in maniera superficiale nella loro esposizione e che, con il trascorrere degli episodi, finiscono per diventare tediosi e sterili rispetto alla trama principale. Su tutti, è proprio il personaggio di Sophie a ricevere la peggiore caratterizzazione dimostrandosi come una ragazzina sciocca e viziata che dimostra largamente di non avere un briciolo di buonsenso nel corso della serie e diventando facilmente una caricatura fastidiosa e mal concepita dei giovani d’oggi.

Hanna: cosa non è andato nella prima stagione della serie TV
A differenza di quanto si poteva immaginare, la prima stagione della serie ha evitato il classico fenomeno del remake nel rifiutarsi di ricreare in ogni singolo aspetto la versione originale da cui ha preso forma, ma facendo questo ha provveduto al contempo a snaturare completamente l’idea alla base che aveva contribuito all’interesse generato per il film. Nella serie, la storia di Hanna si trasforma da action avventuroso ad alta tensione in un coming-of-age drama per adolescenti dai toni frivoli e prevedibili, in cui scene di combattimento fanno solamente da saltuario sfondo al principale viaggio di formazione della protagonista e alle esperienze adolescenziali che, episodio dopo episodio, la giovane provvede facilmente a sbarrare dalla sua lista personale. Il percorso di riscoperta della propria identità da parte della ragazza assorbe totalmente le vicende che la riguardano senza riuscire a svilupparsi a dovere, venendo ridotto piuttosto banalmente a un cammino in cui si cerca di compiere le stesse azioni, seppur insulse, dei propri coetanei, evitando di indagare nel profondo a ciò che il passaggio da adolescente ad adulto realmente significa. Estendendo le storie dei personaggi che circondando la ragazza e fornendo una più che ampia, e a volte perfino non richiesta, contestualizzazione alle azioni di Erik, ma soprattutto di Marisa e Sophie, la serie compie l’errore di perdere di vista il punto focale dell’attenzione, il quale dovrebbe essere rappresentato dalla ragazza da cui prende il titolo l’opera. Hanna non è più l’assoluta protagonista delle vicende ma deve condividere lo schermo con le figure di contorno e che, nel caso del padre e dei suoi amici, sono perfino più stimolanti della sua storia di formazione, esageratamente scontata e con un sapore assaggiato in troppe occasioni per risultare davvero stimolante.

Una regia adeguata al servizio della trama

Dal punto di vista tecnico, la storia viene raccontata in maniera semplice con una regia pratica e funzionale allo svolgimento degli eventi, che rimane nell’ombra senza farsi particolarmente notare ma che, allo stesso tempo, non utilizza virtuosismi stilistici, evitando così di riprendere le inquadratura disturbanti che avevano caratterizzato l’opera di Joe Wright. Una regia adeguata al servizio della trama dai tagli semplici ma efficienti, che non vuole attirare l’attenzione su di sé l’attenzione ma che dimostra di essere in grado di svolgere adeguatamente il suo compito, inserendosi perfettamente nello stile delle serie Amazon dell’ultimo periodo. Allo stesso modo, la colonna sonora straniante dei The Chemical Brothers che aveva rappresentato il sostegno portante del film viene sostituita da una musica techno più soft che si mimetizza per gran parte della serie, senza prendere una vera posizione ma lasciando scoperta buona parte delle vicende. La musica fa capolino nei passaggi più importanti, in particolare nelle scene d’azione e nei balli dei locali, per poi assopirsi e perdendo il proprio posto di coadiuvante nella narrazione.