Ammaniti e il suo “Miracolo” per la serialità italiana

La statuetta di una Madonna che piange sangue cambierà la vita di coloro i quali stanno cercando di indagare il miracolo: dal premier italiano, al suo amico prete fino ad una biologa.

Ma il miracolo della Madonna è solo un MacGuffin: Ammaniti capisce che questa storia può risaltare solo grazie alla macchina da presa, che con discrezione entra nella vita privata dei personaggi, li analizza e li divora nella loro più intima debolezza. Ma i personaggi, supportati da attori di grande capacità recitativa, non ci fanno mai sentire lontani da loro, li capiamo, ed empatizziamo con i loro drammi: il premier Fabrizio Pietromarchi (Guido Caprino) che ama il suo paese ma non nasconde la sua forte umanità, la quale a volte può essere scambiata per debolezza; la first lady Sole (Elena Lietti), di nome e di fatto, con il suo carattere forte e passionale che la porta a superare soglie che finiranno per mettere in pericolo l’immagine politica della sua famiglia, non è una madre da famiglia Mulino Bianco e lo sa, ma è una donna che ha accettato di rimanere sempre accanto al marito anche quando forse, l’amore non è più al primo posto; una biologa (Alba Rohrwacher) che ha dedicato tutta la sua vita alla scienza e alla madre, purtroppo; un prete (Tommaso Ragno) apparentemente disgustoso e viscido.

Ammaniti dopo l’ultimo romanzo “Anna” in cui narra una vicenda distopica in un futuro post apocalittico, decide anche in questo caso di esulare la storia dal suo tempo. È una serie ambivalente, a volte sembra proiettata nel futuro prossimo in cui si vive il rischio di uscire dall’Europa, e subito dopo ci troviamo di fronte a personaggi anacronistici, come se provenissero dallo scorso secolo, e il personaggio di Clelia (Lorenza Indovina) ne è l’emblema.

Per quanto la serie trovi il suo focus su una sceneggiatura impeccabile, tutto il resto non è lasciato al caso; Ammaniti si pone come un vero cinefilo che cura il suo lavoro come se fosse un bambino lavorando su ogni singolo dettaglio. La fotografia ha uno stile decisamente cinematografico, le luci sono tendenzialmente naturali e seppur il montaggio non sembri incalzante, esso permette allo spettatore di catturare tutte le informazioni che ha da dare senza risultare noioso o ripetitivo.

Ma infondo qual è il vero Miracolo se non la serie stessa? Finalmente la produzione italiana ha deciso di immettersi nel cammino giusto: la serialità di qualità. Partendo da Romanzo Criminale, Gomorra ma soprattutto con The Young Pope (definito più come un film a puntate piuttosto che una serie televisiva) la serialità ha preso una piega cinematografica, si tratta di racconti troppo lunghi per essere pensati per la sala e quindi adattabili al format televisivo. Forse ci si è resi conto che il modo migliore per far innamorare gli spettatori del cinema e dei prodotti audiovisivi è portarglieli fin dentro casa e penetrare nella loro quotidianità in modo tale da poterli gustare e amare come più si preferisce.