Stronger: la recensione del film con protagonista Jake Gyllenhaal

Boston, 15 Aprile 2013. Durante la maratona annuale, un attentato terroristico causa la morte di tre persone e ne ferisce almeno altre 264 attraverso lo scoppio di due ordigni realizzati artigianalmente. Tra le varie persone menomate durante l’attacco c’era anche Jeff Bauman, che dal suo letto d’ospedale contribuì a riconoscere l’identità di uno dei due ragazzi implicati nell’atto terroristico e diventò così il simbolo di Boston Strong, una città resa più forte dalla tragedia avvenuta.

Il film, diretto da David Gordon Green, regista semi-sconosciuto per pellicole d’autore come Joe (2013) e Manglehorn (2014) e commedie di scarso successo di pubblico, ripercorre la vita di un uomo che deve improvvisamente convivere con la triste realtà di aver perso entrambe le gambe e, allo stesso tempo, è costretto a presentarsi al pubblico come un modello per tutte quelle persone colpite dalla vicenda che cercano un punto di riferimento da seguire per ritrovare la speranza e la forza di andare avanti.

Nel 2016, il regista Peter Berg aveva ricostruito la vicenda accaduta quel giorno e nelle immediate ore successive nel film Boston – Caccia All’Uomo (Patriots Day), mostrando minuziosamente la vita delle principali persone coinvolte nella cattura e nell’uccisione dei due giovani autori dell’attentato. Stronger decide quindi di concentrarsi unicamente sul personaggio di Bauman e sulle relazioni interpersonali di quest’ultimo, a partire dal rapporto intermittente con la fidanzata Erin, interpretata dalla Tatiana Maslany della serie TV Orphan Black, e dal legame con l’opprimente madre Patty, che prende il volto di Miranda Richardson.

Con una regia pressappochista e inattenta ai dettagli, il film non lascia molto di sé di cui parlare se non per le interpretazioni dei protagonisti. Tatiana Maslany emerge con prepotenza per tutta la durata della pellicola, trasponendo abilmente un personaggio che esula dal solito cliché della ragazza innamorata follemente del proprio compagno nonostante le vicissitudini affrontate e viene ritratta con le sue fragilità e i suoi dubbi verso il futuro e nei confronti del suo rapporto con lo stesso Jeff. La sua Erin è costretta in un limbo in cui, per amore e un po’ per senso di colpa, deve combattere unicamente con le sue forze per ottenere il meglio da ciò che la situazione può offrire ed essere forte non solo per sé stessa ma anche per il suo ragazzo, che si ritrova perso in un misto di odio verso sé stesso e di amore che prova per lei. Se, da una parte, la Maslany rappresenta con sensibilità e fierezza una ragazza dall’animo dolce in cui ci si identifica facilmente, dall’altra parte Miranda Richardson incarna in maniera perfetta e impietosa una madre ambigua divisa tra una sorta di morbosa ossessione a governare in maniera dittatoriale la vita del figlio e un’occasione di ricavare, per quanto possibile, qualcosa di positivo dalla tragedia a lui capitata senza avere il minimo riguardo verso ciò che egli possa provare.

Ma i momenti più salienti del film sono sicuramente le scene in cui Jake Gyllenhaal personifica magistralmente l’angoscia e il senso di smarrimento di Jeff, riversando tutta la sua rabbia e la sua frustrazione sul personaggio di Erin, considerata in un certo senso responsabile di ciò che gli è capitato. Le grida e le lacrime non scese dipingono il suo tumulto interiore in maniera così atroce e straziante che non si riesce a non provare compassione e sentire dentro di sé la sua stessa disperazione e l’incertezza su come si possa continuare a vivere in quello stato. Nonostante Gyllenhaal abbia convinto in queste emozionanti sequenze, la storia emerge in modo pressoché piatto e ordinario inficiando così anche sulla sua interpretazione, a causa in parte di una sceneggiatura non mirata tanto ad esprimere appieno l’intensità della vicenda quanto ad essere un mero racconto formale della vita di un uomo comune che non sopporta e non comprende per quale motivo sia diventato un simbolo per gli altri. Anziché seguire passo-passo le difficoltà che si possono riscontrare in una situazione di questo tipo, la pellicola preferisce soffermarsi largamente sui dubbi, sulle incertezze e sulla mancanza di voglia di reagire di Jeff che risultano, a fine viaggio, pesanti e faticose da reggere.

Con una storia rilevante ma trasposta in maniera tale da essere facilmente dimenticabile, Stronger ha messo in chiaro che il grande ruolo di Jake Gyllenhaal deve ancora arrivare. E chissà se giungerà nel prossimo futuro o se l’attesa dovrà essere ancora lunga.