Slender Man: la recensione di un horror per palati delicati

Slender Man era – e rimane – un personaggio dal potenziale orrorifico sconfinato: nato dall’immaginazione di Erik Knudsen, in arte Viktor Surge, ha riscosso un successo pressoché immediato diventando fenomeno virale nel mondo di internet, dapprima come semplice protagonista della letteratura creepypasta, e successivamente come antagonista misterioso e inquietante di riuscitissimi survival game a stampo horror. Un fenomeno che si è autoalimentato nel tempo grazie all’indiscutibile fascino capace di esercitare sulla fantasia dei più giovani, suscettibili di tutto ciò che si possa tramutare in leggenda metropolitana facilmente credibile e mistificabile.

Slender Man, umanoide alto ed esile come un tratto di matita, senza un volto, con arti scheletrici e tentacoli che fuoriescono dalla sua schiena, nella sua primigenia natura nasce come persecutore di giovani vittime che seduce e corrompe fino a chiamarle a sé. In un panorama letterario e cinematografico così sovraffollato, in termini di originalità, da creature fantastiche e mostri fin troppo svezzati e riconoscibili, Slender Man si configurava di fatto come un’innovazione ancora in fase embrionale passibile di qualsivoglia interpretazione.

Un’immagine che rappresenta l’inquietante figura dello Slender Man.

Ed è proprio lo spreco di questo potenziale a risultare indigesto durante i titoli di coda: l’adattamento cinematografico di Sylvain White che si è preso ormai da qualche settimana il suo posticino nelle sale, non spaventa, non comunica, non si sviluppa. Lo si osserva vacillare per una misera ora e mezza sul filo di molteplici possibilità narrative, senza che si decida a prendere una decisione definitiva; un funambolismo che resta inconcludente dall’inizio alla fine.

Si assiste ad un filone narrativo pregno dei più abusati clichè narrativi dell’estetica horror: le scene d’azione sono essenzialmente notturne, in casa ci si muove al buio come se nessuno dei protagonisti avesse all’attivo la bolletta dell’elettricità pagata. Si ripiega sulle atmosfere scontate delle strade desolate, che anziché trasmettere angoscia, ci fanno interrogare sulla veridicità geografica dell’ambientazione, con l’immancabile scenetta cimiteriale per aggiungere una certa simbologia di stampo vintage, ma nuovamente priva di significato ai fini narrativi. Le protagoniste sono quattro giovani teenager senza approfondimento psicologico, costruite sullo stereotipo del disagio adolescenziale con figure genitoriali del tutto assenti, e che si ritrovano ad evocare il demone nella noia di un incontro serale tra amiche, evocazione che avviene tramite l’osservazione di un video pescato su un forum di internet.

Due delle quattro ragazze protagoniste del film horror Slender Man.

Un’idea che si sarebbe potuto persino apprezzare, se non l’avessimo già vista nel 2002 nel The Ring di Gore Verbinski, dove lo sfruttamento di frame sequenziali e sovrapposti era però studiato in modo magistrale per colpire la dimensione psicologica dell’osservatore, e non utilizzando una serie di immagini dalla dubbia simbologia che si susseguono alla rinfusa come in questo caso. Ed è proprio l’approfondimento psicologico ad essere fin troppo superficiale: ci si sarebbe infatti potuto aspettare che si sfruttasse principalmente il potenziale iconico del personaggio per dar vita, non tanto ad un’angosciante presenza esterna dal carattere essenzialmente persecutorio afinalistico, bensì ad un elemento oscuro e celato capace di empatizzare ad un livello intimo e morboso con l’umana paura della follia.

L’intuizione di base di creare una dimensione visionaria e malsana, dove un essere sovrannaturale diviene capace di manipolare e infiltrarsi nella mente dei più giovani non viene di fatto sviluppata in maniera funzionale, si perde nel labirinto di una regia sconclusionata e frammentata, incapace a definire la personalità del film nel suo complesso e che risente di una sceneggiatura povera di contenuto e inadatta a creare quell’indispensabile legame tra spettatore e attore. O meglio: il film sembra essere pensato per rivolgersi alla pancia, più che alla mente, di un target limitatamente preadolescenziale, di certo più coinvolto nel mondo digitale da cui nasce il fenomeno di Slender Man in quanto urban legend.

Un film horror che non riesce a impaurire nel profondo ma che, al massimo, provoca qualche spavento occasionale.

Una nota di merito potrebbe andare però al tentativo, seppur mal riuscito, di sviluppare il concetto inquietante per cui il virtuale esercita potere e confonde il reale, colpendo la fantasia dei più giovani laddove ai giorni nostri sono più coinvolti ed esposti. Tuttavia, tale metafora non emerge nella sua interezza, viene sacrificata sull’altare della faciloneria registica, per cui risulta più semplice “mostrare d’impatto”, anziché “insinuare e colpire lentamente”. Persino i connotati del mostro in quanto tale non vengono sfruttati: i giochi di ombre sono semplicistici e poco incisivi, i connotati fisici banalizzati e fumettistici. Un mostro che non viene svelato poco a poco, in modo da far crescere la curiosità commista a paura, ma che si presenta in tutta la sua semplicità come una figura essenzialmente passiva, di cui non emerge alcuna ragione d’azione.

Un antagonista dalla crudeltà immotivata è di fatto sempre un antagonista debole e incapace di generare una paura profonda. Si potrebbe infatti dire che la paura è un sentimento prolungato, dolorosamente faticoso, che dovrebbe essere obiettivo di qualunque film horror; differisce grandemente dallo spavento, confinato a quei tre attimi di sussulto che seppur intensi, si risolvono nel tempo di un sospiro. Unicamente da questo punto di vista, in effetti, si potrebbe definire Slender Man un buon film, perché se non altro ha saputo sfruttare in tre scene il jumpscare low budget in maniera quasi efficace.

E, non a caso, quelle tre scene, sono effettivamente tutte presenti nel trailer, rendendo quasi superflua la visione del film nella sua interezza.