Anon: la recensione del film Netflix fantascientifico sulla mancanza di privacy

Vedendo Anon, il più grande rimpianto che si ha, e che si palesa fin dalle primissime scene, è non aver avuto la possibilità di vederlo al cinema. Infatti, è evidente come sia stata svolta un’enorme quantità di lavoro ad hoc per una proiezione in sala che, probabilmente, avrebbe reso maggiore giustizia all’opera distribuita direttamente sulla piattaforma streaming di Netflix.

Considerato questo, Anon è sicuramente tra i prodotti più interessanti in circolazione sulla famosa piattaforma, anche e soprattutto per merito del cineasta che lo ha realizzato, Andrew Niccol, tra i più visionari e geniali nel panorama cinematografico attuale e tra i pochi autori veri rimasti. I brillanti esordi del regista neozelandese, sia alla regia che alla scrittura con Gattaca e la sceneggiatura di The Truman Show, lo hanno portato a sviluppare, nel prosieguo della sua carriera, un’idea di fantascienza sempre più delineata, raccontando in ogni suo film scenari distopici differenti ed estremizzando aspetti in realtà fortemente ancorati al presente.

Se c’è una caratteristica costante che ha sempre caratterizzato tutta la filmografia di Niccol, è proprio il fatto di essere sempre stato avanti coi tempi nell’affrontare tematiche socio-politiche, anticipando spesso alcuni aspetti che si sarebbero poi palesati negli anni a seguire, sempre con una critica spietata alla società odierna e ai suoi cambiamenti. Non fa eccezione questa sua ultima opera, dove il suo stile viene ancora più intensificato nella descrizione di una realtà distopica che più di tutte le altre forse si avvicina al nostro mondo: Niccol immagina infatti un futuro dove la privacy è pressoché sparita e gli individui sono stati dotati di un sistema informatico cerebro-oculare in grado di fornirgli, al solo primo sguardo, una quantità infinita di informazioni e dati personali sulle persone che incontrano.

L’anonimato è visto come un pericolo e tutte le esperienze dei cittadini sono racchiuse in file in mano alle autorità in grado di registrare ogni minuto della vita di ogni persona ed osservarlo dal suo punto di vista tramite un impianto di realtà virtuale. Quando un anonimo (Amanda Seyfried) riesce ad hackerare il sistema, risultando collegato ad una serie di omicidi, il detective Sal Frieland (Cive Owen) è chiamato a risolvere il caso.

Il futuro immaginato da Niccol è tanto angosciante quanto in realtà attualissimo: in un’epoca in cui i social dominano le nostre vite private e in cui molti utenti sono sempre più messi a rischio nella trattazione dei dati personali, ecco che la distopia di Anon non sembra poi così distante. A pensarci bene, la privacy sembra non esserci già più ora, con un utilizzo sempre più ossessivo dei social network, potenzialmente liberi di essere visti da tutti.

Le persone non sembrano avere scampo in questa realtà futuristica, somigliando più a macchine piuttosto che a essere umani, ad archivi di identità digitale che racchiudono qualunque tipo di attività, completamente alienati dal contesto sociale in cui vivono e alla ricerca costante di un contatto sociale vero e proprio, andando oltre le apparenze e alla superficialità. Niccol riesce dunque a descrivere alla perfezione il più grande paradosso della nostra epoca, il sentirsi costantemente soli ed isolati nonostante viviamo in un mondo sempre più interconnesso.

Come già nei suoi precedenti Gattaca e In Time, anche in Anon l’autore parte da premesse fantascientifiche per poi proseguire verso una narrazione thriller, puntando questa volta sul noir classico e lasciando sullo sfondo il genere sci-fi. E forse il principale problema del film è proprio questo, quando il racconto giallo a tratti zoppica soprattutto verso il finale, troppo frettoloso nella risoluzione del caso, quasi a tentare di stupire a tutti i costi lo spettatore per un colpo di scena.

Il film risulta affascinante per l’attenzione estetica utilizzata dall’autore, nella scelta di un’atmosfera algida e distaccata, con alla base una precisa idea grafica visiva, coinvolgendo in prima persona lo spettatore e rendendolo complice dello sguardo onnisciente dei protagonisti tramite un’alternanza tra inquadrature oggettive e soggettive, presupponendo un continuo cambio di formato cinematografico.

Nonostante non sia tra i suoi migliori lavori, con Anon Niccol conferma ancora una volta il suo talento visionario ricercando, tra l’autorialità e il blockbuster, un tipo di cinema e fantascienza sempre meno esplorato al giorno d’oggi.