Che il cinema come lo abbiamo sempre inteso sia inevitabilmente cambiato lo hanno capito (o accettato) più o meno tutti i grandi registi contemporanei. Tra di loro Steven Soderbergh è colui che da sempre ha espresso attraverso la sua filmografia il mutamento e le potenzialità del digitale, l’occasione di diffondere le proprie opere tramite nuove piattaforme al punto tale di decidere di girare la sua ultima opera interamente tramite un apparecchio che possediamo ormai tutti: un iphone.

In realtà lo aveva già usato in Unsane il film uscito lo scorso anno su una donna vittima di stalking rinchiusa in un istituto psichiatrico. Ma se nel film con Claire Foy le riprese con lo smartphone erano utili alla rappresentazione di una realtà mentale claustrofobica e distorta, in High Flying Bird il dispositivo della Apple diventa essenziale alla creazione di un mondo sofisticato e ultramoderno, fatto di spazi estesi, di lunghi corridoi, di uffici circondati da vetrate, di luce che trapassa da ampie finestre. È in questi ambienti freddi e austeri che si muovono (e soprattutto parlano) i pochi ma essenziali protagonisti del film disponibile ancora oggi su Netflix.

Scritto interamente dallo sceneggiatore premio Oscar di Moonligh Tarell Alvin McCraney, il film racconta la complicata vicenda di Ray Burke (André Holland) un procuratore di basket che, durante un lockout, escogita una strategia inaspettata che sconvolgerà la carriera del suo assistito Erik Scott (Melvin Gregg)e del mondo del basket stesso. Soderbergh, da Ocean’s Eleven in poi, parla ancora di uomini che si muovono con astuzia per fregare il sistema, di personaggi multidimensionali che attuano labirintici piani per arrivare al proprio fine. E lo fa attraverso dialoghi ficcanti e ironici in pieno stile Sorkin, con continui riferimenti all’attualità da Twitter alle Kardashian fino all’auto-citazione su Netflix. L’iPhone permette riprese fluide e inquadrature geometriche,costruite su un montaggio serrato fatto di continui cambi di punti di vista che moltiplicano ossessivamente la ricerca degli sguardi sulla stessa scena, una finzione che a tratti viene interrotta per lasciare spazio a interviste su camera fissa di cestisti come Reggie Jackson, Karl-Anthony Towns e Donovan Mitchell.

In piena consapevolezza, non solo del device che sta usando ma del suo cinema stesso, il regista parla di basket bypassando la sola argomentazione sportiva ma facendo venire fuori il business e gli affari che girano attorno all’NBA e in particolar modo dalle sue matricole che partecipano al Rookie Transition Program prima di essere ingaggiati dai procuratori sportivi. Così come il calcio in Europa, in Usa il basket trascina inevitabilmente con sé la divinizzazione dei giocatori, la rivalità più o meno autentica tra le star, agenti e società sportive, “il gioco costruito sul gioco” come lo chiama Spence l’ex giocatore ora insegnate di basket interpretato da Bill Duke.

Ancora una volta Andrè Holland collabora con Soderbergh dopo la serie del 2015 The Knick producendo il film e recitando a fianco di Zazie Beetz (l’attrice rivelazione della serie tv Atlanta nel ruolo della sua segretaria), Zachary Quinto e Kyle MacLachlan.

High Flying Bird è un film ultramoderno non solo per l’utilizzo dell’iPhone come climax delle infinite possibilità del digitale e per l’attenzione nella messa in scena, ma anche perché riesce a parlare del presente in maniera sagace e futuristica. Ancora una volta Steven Soderbergh sa stupire e sperimentare affermandosi come l’autore più moderno del cinema americano del XXI secolo.