Mission Impossible Fallout: la recensione dell’ultimo capitolo della saga di Ethan Hunt

L’agente Ethan Hunt viene ingaggiato per una nuova missione: dovrà impedire la vendita di tre nuclei di plutonio ad un gruppo terroristico conosciuto con il nome de “Gli Apostoli”, cellula residuale dell’organizzazione del Sindacato affrontata nel precedente capitolo Mission Impossible: Rogue Nation e sconfitta con l’arresto del suo capo Solomon Lane. Un imprevisto nella missione costringe la “IMF” ad andare a Parigi per cercare di intercettare il plutonio e risalire al misterioso John Larke, leader non identificato degli Apostoli.

Christopher McQuarrie torna per la seconda volta alla regia di un nuovo capitolo dell’ormai consolidata saga spy-action avviata da Brian De Palma ben 22 anni fa. Partendo dai pregi del notevole Rogue Nation, in cui si è ravvisato un principio di maturazione del filone e finalmente un interessante approfondimento del personaggio di Hunt, il sesto episodio segue la falsariga del precedente riprendendo  alcuni sui personaggi (il villain Solomon Lane e l’agente britannica Ilsa Faust) e attinge dagli elementi cardine di tutti gli altri capitoli della saga.

Tom Cruise insieme a Henry Cavill e Rebecca Ferguson in una scena di Mission Impossible: Fallout.

Il risultato è un prodotto più che piacevole, adrenalinico e avvincente. Tecnicamente ineccepibile nelle scene d’azione, in cui spiccano le perfette sequenze del lancio col paracadute e dell’inseguimento in elicottero, senza però togliere spazio allo spionaggio e al marchio di fabbrica della saga rappresentato dalle sue iconiche maschere.

Meno esaltante l’aspetto narrativo dove si ravvisano alcuni limiti di sceneggiatura che non permettono al filone di raggiungere la piena maturità artistica che ci si aspetterebbe a questo punto della saga, tra cui una grande superficialità nel tratteggiare il contesto socio-politico della vicenda, una debole componente drammatica al punto da inibire un qualunque coinvolgimento e una lieve lungaggine verso la parte finale.

È da considerarsi lodevole, però, il lavoro di introspezione su Hunt (un fisicamente sempreverde Tom Cruise), analizzato nel suo aspetto emozionale e approfondito nella sua evoluzione psicologica e fisica, di fronte ad un invecchiamento del personaggio sempre più palpabile.

Uno spy-action di pregevole fattura a cui però manca ancora quel salto di qualità che lo eleverebbe nel suo genere di appartenenza.