È un corpo messo in vendita quello di Léo, che si espone, si lascia guardare per poi farsi veicolo del piacere altrui. Ha 22 anni e vive tra i vicoli e le strade periferiche della Strasburgo più nascosta. Ogni giorno entra nelle camere dei clienti che lo hanno scelto fra tanti altri.“Perché dovrei cambiare?” risponde con tono naif alla dottoressa che gli sta offrendo cure e alternative. Ma quest’esistenza sfrenata e indomabile è l’unica che saprà condurre.

Con il suo esordio dietro la macchina da presa, Camille Vidal-Naquet, il professore di cinema diventato regista, dirige un film che pulsa e sa di vita, che ridefinisce i confini di ciò che abbiamo sempre creduto sulla prostituzione maschile e di come essa è stata rappresentata sul grande schermo. Disponibile fino al 12 marzo su Mubi e presentato alla Semaine de la Critique durante il Festival di Cannes nel 2018, Sauvage è un film che evita il giudizio, la denuncia, la morale. Il regista ci svela un mondo messo ai margini ma non per questo invisibile, minore, inesistente.

Girato interamente con la macchina a mano, la pellicola di Vidal-Naquet s’inserisce perfettamente nel filone del cinema-veritè. La telecamera non inquadra il protagonista ma lo tallona, lo insegue, lo cerca, non si fa sfuggire ogni suo movimento, ogni emozione, ogni disperazione anche grazie all’uso dei numerosi primissimi piani e agli zoom. Lo sguardo su Léo si sdoppia, si moltiplica. Su di lui non solo c’è quello del regista ma anche quello dei clienti che proiettano su di lui le proprie fantasie omoerotiche. Tuttavia, la forza dirompente di Sauvage è quella di mostrarci il protagonista con sensibilità ed empatia. Il personaggio di Léo ci ricorda quello di River Phoenix in My Own Private Idaho (1991) anche lui fragile, anche lui segnato da un amore non corrisposto, anche lui in un continuo errare, alla ricerca della propria identità.

Non è solo il corpo ad essere al centro del suo destino e del film stesso, bensì parallelamente alla carnalità si percepisce un’anima bisognosa di intimità, di prossimità emotiva con chi gli sta attorno.

È questa ricerca d’intimità e di connessione che rende Sauvage un film che tratta il tema dei lavoratori del sesso con uno sguardo umano e malinconico. Seppur fortemente esplicito e deliberatamente grafico nelle numerose scene di sesso, il film mantiene uno sguardo anti-voyeuristico tenendo una costante porta aperta sullo stato emotivo del protagonista, anche (o forse soprattutto) in una specifica sequenza in cui Léo, durante una prestazione sessuale molto estrema, sarà vittima di una vera e propria violenza sessuale.

Sauvage ci mostra le due parti del mercato della prostituzione maschile. Da un lato giovani e giovanissimi marchettari che condividono lo stesso destino e dall’altro i clienti: da un disabile costretto su una carrozzina, ad un anziano borghese e vedovo, fino ad un uomo conosciuto per caso che accoglierà Lèo e cercherà di offrirgli una vita insieme in Canada.

L’attore rivelazione Félix Maritaud, dopo la sua interpretazione in 120 Battiti al Minuto, il film di Robin Campillo sull’attivismo del gruppo ACT UP negli anni ’90, riesce a incarnare perfettamente l’appeal innocente ma sensuale di Léo. È un’anima e un corpo segnato dalla droga, dalla malattia, dalla vita in strada. Ma è proprio il suo corpo che racchiude l’energia pulsante ma nostalgica di chi ha scelto, o è stato costretto, ad una vita indomabile ed irrequieta, e dunque per questo selvaggia.

Il regista alterna brutalità e vigore, erotismo e commozione, sessualità e turbamento. Dall’elettricità scatenata dal corpo che danza di Léo nei club notturni, alla drammaticità di alcuni attimi sottolineati da un sapiente uso della colonna sonora, dal tema di un nuovo tipo di mascolinità e vulnerabilità, Sauvage è un film che cerca di scansarsi dalle solite etichette dei film a tema LGBT+ ma si apre ad interpretazioni e ad un respiro universale. Nel film infatti la ricerca di un abbraccio sorpasserà quello del piacere erotico, assumendo così potenti e nuovi significati.