Con La favorita il regista Yorgos Lanthimos è approdato finalmente a una notorietà internazionale e sembra ormai lontano da un circuito di produzione e distribuzione indipendente che gli ha permesso di realizzare lungometraggi come Alps, Dogtooth e Kinetta. Non è un caso se il regista abbia deciso di abbandonare gradualmente la follia anarchica e sperimentale che permeava i lavori d’esordio per abbracciare pellicole più comprensibili a una vasta audience. Proprio con La favorita il regista greco abbandona definitivamente quel movimento cinematografico fuori dagli schemi che nel corso degli ultimi anni ha preso il nome di nouvelle vague greca nella quale la collaborazione fra Lanthimos e il suo fedele sceneggiatore Efthymis Filippou fondavano uno dei pilastri fondamentali.

Questa strana corrente si basa sulla realizzazione di lungometraggi caratterizzati dall’assurdità delle vicende narrate e dalla completa mancanza di una qualsivoglia emotività. Pellicole che riflettono la situazione contemporanea politica e sociale in Grecia. Spesso questi lungometraggi diventano i palcoscenici ideali per drammi al limite dell’apatia dove solo un bagno di sangue catartico può spezzare lo stallo creatosi (come in Dogtooth o Miss Violence) o si trasformano in tragicommedie nerissime che riflettono sulla crisi d’identità che ha colpito una nazione intera e che può essere ritrovata tornando alle proprie radici (Alps o Interruption).

Pity (Oiktos) di Babis Makridis si pone nei confronti dello spettatore come la sintesi di queste due tipologie. Il regista unisce un attento studio della personalità e delle emozioni umane narrando una storia, inizialmente, di implicita violenza seppur in questo caso non visibile. Un uomo senza nome che lavora come avvocato in un tribunale deve affrontare una terribile situazione: mantenere la propria vita quotidiana pur avendo la moglie in coma in seguito a un grave incidente stradale che per poco non l’avrebbe uccisa sul colpo. Poco alla volta, l’uomo diventa dipendente della pietà che chi lo circonda gli riserva: godendo sempre più delle gentilezze che dovrebbero alleviargli il dolore. L’uomo si costruisce una vita quotidiana nuova, alternativa, in un certo senso “felice” ma questo idillio fatto di piccole accortezze si scheggia quando la consorte esce dal coma e il protagonista si sente costretto a ripiombare nella grigia vita di tutti i giorni. Il soggetto, al limite del surreale, rientra perfettamente nelle corde del regista Makridis che già nel film  precedente, l’esordio L, aveva raccontato le straordinarie esperienze di un uomo che vive nella propria macchina.

Entrambi i lungometraggi sono accomunati dalla presenza di una sceneggiatura firmata da Efthymis Filippou che ritorna alle atmosfere surreali che da sempre hanno infestato i suoi soggetti. Pity si concentra non tanto sull’intreccio bensì sull’analisi del dolore che circonda i personaggi: primo fra tutti il protagonista. Gli sceneggiatori decidono di non dargli un nome e neppure un cognome poiché deve essere la rappresentazione globale dell’uomo qualunque, imprigionato in un mondo di ripetizione e mediocrità. L’esistenza grigia e inerme viene scossa dall’evento tragico per eccellenza, l’incidente della moglie, che rappresenta un  vero e proprio elemento di rottura nella quotidianità. Quello che all’inizio sembra solo un breve sollievo nella vastità di un mare di dolore diventa ben presto un nuovo mondo di piacere. L’individuo che ha sempre vissuto un’esistenza inosservata e miserabile diventa per la prima volta il protagonista: il soggetto dei discorsi di tutti. Il semplice gesto di pietà della vicina di portare ogni giorno per colazione una torta alle arance o un semplice sconto dal lavandaio si trasfigurano in azioni rivoluzionarie che insieme ad altri piccoli e inoffensive gentilezze contribuisce a creare una nuova vita quotidiana.

Da un punto di vista umano il protagonista è completamente apatico: non mostra nessun segno di affetto per il figlio e condivide uno strano rapporto con il padre che individua come il principale responsabile delle sue mancanze psicologiche. Tutti questi dettagli non sono trasmessi allo spettatore attraverso un convenzionale uso dei dialoghi che nella pellicola sono pochi e di scarso interesse rispetto alle immagini dove si trova il fulcro della narrazione.

I piccoli gesti, i tic nervosi e i lunghi piani fissi sono la chiave per comprendere un protagonista inespressivo, un incredibile Yannis Drakopoulos. Lo spettatore può apprendere solo per poco che cosa pensa veramente l’uomo attraverso delle frasi su sfondo nero accompagnato da un coro tragico, tipico delle tragedie classiche greche, che con l’avanzare della narrazione si riveleranno essenziali. Queste brevi sequenze segnano il progressivo cambiamento del protagonista e il suo bisogno disperato nel ricomporre quella “nuova” vita quotidiana che il ritorno della moglie ha infranto. Il regista riprende glacialmente la perdita di lucidità dell’uomo che viene accentuata dalle indagini che deve svolgere per un caso di efferato omicidio ma che diventeranno anch’esse un altro pretesto per soffrire di più. Il protagonista è capace di mostrare delle emozioni differenti dalla sua tipica apatia solo nei momenti raccolti e solitari di pianto e disperazione. Questi sentimenti lo fanno sentire vivo e finalmente umano e Makridis concentra l’obbiettivo in questi momenti attraverso primi piani prolungati o campi larghi che permettono di osservare l’uomo della sua disperazione estatica e chi lo circonda.

L’uomo non riesce più a godere solo del proprio dolore ma deve soffrire anche dei traumi altrui esercitando egli stesso pietà. Rivanga passati tragici o arrivando a provocare in prima persona il dolore fisico o psicologico. La ricerca e la creazione del dolore riempie le giornate e non basta solo entrarvi in contatto ma bisogna mantenerlo; per questo motivo non sparge la voce del ritorno della moglie dall’ospedale per ottenere ancora quei vantaggi che sarebbero altrimenti preclusi nella sua normale vita quotidiana.

Ma è nella costante ripetizione di normali attività che il lungometraggio si sfilaccia gradualmente: i personaggi sono già stati presentati e delineati a dovere e l’odissea del nostro protagonista sembra aver raggiunto un apice. Ma il regista vuole a tutti i costi far precipitare il dolore in violenza, commettendo un errore fatale, un cliché tanto caro al nuovo cinema greco. Il protagonista perde sé stesso e la sua caratterizzazione e lo spettatore non comprende più le ragioni che lo spingono ad agire e l’inespressività che tanto aveva espresso nella prima parte della pellicola si ritorce contro l’intera produzione andando a formare un complesso, fin troppo, enigma psicologico che lo spettatore non può sciogliere poiché non possiede gli strumenti adatti. Quelle scritte, l’unica fonte diretta per capire la mente dell’uomo, diventano sempre meno comprensibili e sempre più criptiche. Le azioni in scena sono sempre più audaci, violente ma soprattutto insensate.

Il regista sceglie di spaventare lo spettatore e far cedere le certezze assolute ma ciò si scontra con la completa mancanza di una buona costruzione di quest’ultima parte. A parità di temi e situazioni possiamo confrontare Pity al nuovo capolavoro di Lars von Trier, The house that Jack built, che analizza in modo certosino la psiche di un essere malato in tutte le sue sfumatura. Le azioni di Jack sono mosse sempre da diverse ragioni che sono perfettamente comprensibili, mai condivisibili, ma anzitutto in linea con la caratterizzazione del personaggio. Efthymis Filippou e Makridis scrivono un personaggio molto interessante nel suo dramma che deve cambiare non per un’esigenza giustificata dalla sceneggiatura ma per consolidare una precisa caratteristica stilistica che è propria del genere al quale la pellicola vuole a tutti i costi appartenere. Una pellicola diversa e sperimentale che si perde alla fine in sé stesso alla ricerca di un viscerale attaccamento al suo genere di appartenenza.