Ormai in una società connessa e veloce come la nostra è essenziale conoscere il mondo che ci circonda non soltanto attraverso la cronaca ma anche attraverso medium che sono stati sempre relegati al puro intrattenimento. La dura e inespressiva carta stampata ha reso apatico il lettore che tende a sminuire eventi che appaiono troppo lontani per cambiare il quotidiano. Per questo motivo il genere del documentario, da sempre abbastanza bistrattato e poco approfondito da un grande pubblico, si è gradualmente trasformato in un’arma potente; un veicolo con cui collegare realtà differenti attraverso la settima arte. Come tutti i generi cinematografici anche la pellicola di non-fiction si divide in differenti tipologie: colore che mirano a un contenuto didattico e coloro che vogliono riprendere l’esistenza senza nessun orpello, tipico del cinema di finzione, trasformandola in arte.

A quest’ultima filosofia appartiene il cinema di Kazuhiro Soda che da sempre ha cercato di mostrare al proprio pubblico differenti realtà tramite l’utilizzo della macchina da presa attraverso una lunga carriera televisiva. Una volta affinata la sua tecnica con una serie di lavori per la Japan Broadcasting Corporation (una serie di cortometraggi sulla vita a New York) ha deciso di mettersi in proprio creando pellicole che fossero in grado di mostrare ciò che accade nella vita di tutti giorni senza nessun velo o censura. Questa volontà si concretizza grazie dieci regole che l’autore si è autoimposto:

  1. Nessuna ricerca sul soggetto trattato
  2. Nessun incontro con le persone coinvolte prima delle riprese
  3. Nessun soggetto
  4. Manovrare da solo la videocamera
  5. Registrare più a lungo possibile senza stacchi
  6. Coprire piccoli contesti in profondità
  7. Non stabilire temi e obiettivi prima dell’inizio del montaggio
  8. Nessuna voce narrante, titoli in sovrimpressione o colonna sonora.
  9. Usare il più possibile piani lunghi
  10. Autofinanziare la produzione

Da questi spunti sono nati gli Observational Films che mirano alla completa immersione del filmmaker e degli spettatori nel soggetto trattato. Inland Sea, che fin dal titolo riprende l’omonimo saggio  basato sull’osservazione della coste giapponesi dello studioso Donald Richie, è l’ultimo di questa serie di lungometraggi. Presentato alla 68ª edizione del festival del cinema di Berlino, Soda documenta la vita quotidiana della cittadina portuale giapponese di Ushimado ponendo in primo piano l’evidente declino dell’economia del villaggio basata sulla pesca e la vendita del pesce. Tutto questo viene mostrato attraverso gli incontri tra il filmmaker e gli abitanti che fra una conversazione e l’altra mostrano il loro stile di vita mettendo in risalto le problematiche e l’alone di decadenza che ricopre la cittadina. Non esiste una vera e propria narrazione bensì lo spettatore, come il regista, diventa un visitatore che cammina per le strade senza una precisa meta. Per accentuare questa sensazione il montaggio viene ridotto all’osso privilegiando sequenze continue anche inutili cinematograficamente parlando ma essenziali per l’immersione etnografica.

La gente che popola Ushimado vive fuori dal tempo. La modernità postbellica non ha mai raggiunto le coste del paese nel quale tutti vivono lentamente seguendo la natura che è la vera padrona del territorio. Le costruzioni degli uomini con il tempo sono state abbandonate mentre i boschi che circondano la zona sono rigogliosi più che mai. Ma la bellezza naturalistica della cittadina è anche la sua maledizione: le nuove generazioni abbandonano il paese in mancanza di lavoro e i vecchi stanno tutti gradualmente morendo. Il mercato ittico è diventato sempre meno redditizio: i prezzi del pesce continuano ad abbassarsi mentre gli strumenti per lavorare diventano sempre più costosi. Soda segue da vicino diverse battute di pesca che probabilmente sono le ultime sul territorio.

La pellicola quindi non diventa solo una forma artistica ma anche una fonte storica in quanto testimonia il lavoro dei pescatori del territorio. Soda è spinto dalle stesse motivazioni del Luchino Visconti che prima di dirigere La terra trema era intenzionato a produrre un documentario dedicato alla vita dei pescatori siciliani. Le sequenze dedicate alla pesca sono silenziose: il rapporto intrinseco fra uomo e natura non può essere ridotto a una serie di parole ma viene mostrato solo con le immagini. Il legame fra il pescatore e il mare si pone alla base della società di Ushimado come principio fondante e fossilizzato nel tempo. Proprio per ricercare un’atmosfera antica il regista opta per una fotografia in bianco e nero che richiama il cinema del maestro Shohei Imamura (specialmente la pellicola del 1989 Black Rain).

Inland Sea si può considerare la conclusione di un dittico ideale legato alla produzione ittica a Ushimado. La pellicola precedente del regista, Oyster Factory, si focalizzava su una fabbrica di cozze che per mancanza di personale doveva assumere dei lavoratori dalla Cina. Anche in questa nuova fatica il focus è rivolto su questo ambito: si segue il processo che porta il pescato dalle reti alle tavole delle famiglie della regione. Dalla barca al mercato del pesce dove i ristoratori della zona combattono per accaparrarsi  al miglior prezzo possibile il pescato. Una volta ottenuta la materia prima la pellicola mostra la routine di un negozio ittico e il rapporto che si instaura con i clienti che molto spesso si aprono alla cinepresa raccontando eventi della loro vita che uniti formano un mosaico essenziale per comprendere la storia di Ushimado.

Questo processo narrativo e produttivo ricorda e ricalca i lavori di Frederick Wiseman ma se ne allontana cercando una completa autonomia produttiva che certamente il regista americano ottiene ma solo attraverso una casa produttrice vera e propria. Riprendere ogni azione senza utilizzare il montaggio, ammanta il film di un senso di realismo difficilmente raggiungibile ma, come afferma lo stesso regista, può rendere la visione tediosa per uno spettatore poco avvezzo al genere. Incontrando le stesse persone più volte o guardando una medesima azione per diversi minuti si familiarizza con il luogo diventando non più un semplice osservatore. Ci si sente come un turista che insieme al regista esplora il villaggio scoprendone, con il passare dei giorni, lati insoliti o di straordinario ma nascosta bellezza.

Inland Sea vuole raccontare il rapporto assoluto fra uomo e natura attraverso il mezzo documentaristico che non è più solo un genere cinematografico ma un tramite capace di trasportare gli spettatori in un piccolo villaggio giapponese che poco alla volta sta per scomparire. Non solo, quindi, l’opera di Soda si pone come una possibile fonte storiografica per il futuro ma come spunto per la riflessione individuale.