Climax: la recensione dell’ultimo irriverente film del regista Gaspar Noé

Ci sono dei registi i cui film polarizzano il gusto dello spettatore: dall’amore incondizionato all’odio estremo. Il cinema di Gaspar Noé è privo di mezze misure: egli ha saputo, nel corso degli anni, scandalizzare lo spettatore con pellicole sempre più estreme e completamente atipiche rispetto ai modelli main stream. Basti ricordare la violenza senza precedenti presente in Irreversible (2002) che spingeva il pubblico ad abbandonare la sala o l’esperimento nell’unire il cinema d’autore alla pornografia in Love (2015). Per questo motivo non bisogna stupirsi se gran parte della stampa specializzata releghi l’opera dell’artista a una mera serie di provocazioni che non possono e non devono essere considerate film veri e propri. I lungometraggi di questo regista, però, contengono molto di più di quello che si pensi e Climax, l’ultimo film di Gaspar Noé, ne è un esempio calzante pur non essendo uno dei suoi lavori migliori.

Nel 1996 un gruppo di ballerini trascorre la notte in una scuola mentre all’esterno infuria una tempesta di neve. Stanno festeggiando la fine di un esclusivo corso di danza e sono pronti per intraprendere una tournée in America. La festa procede e la sangria scorre a fiumi ma qualcosa inizia a cambiare nei ragazzi: qualcuno ha drogato la bevanda alcolica che tutti hanno bevuto con delle gocce di LSD. Poco alla volta verranno coinvolti in una mortale danza macabra sotto acidi.

Il soggetto è ispirato a eventi reali ma non a uno in particolare: il regista è interessato a ritrarre l’isteria che si scatena in seguito a un evento violento come avviene durante una rissa in strada o a un rave party. L’opera vuole presentare le emozioni che tante persone reali hanno provato in situazioni completamente diverse accomunandole in un’unica danza verso la morte. A Gaspar Noé non importa raccontare un singolo evento perché come lo stesso regista afferma: “di quelle migliaia di storie e di nomi che nel 1996 riempivano le prime pagine di tutti i giornali ora non rimane che l’oblio”. Il regista vuole rendere la vicenda universale e condivisibile in ogni epoca. Questa dichiarazione d’intenti è chiara fin dal titolo Climax: nel film, viene narrato solo l’evento centrale della storia tralasciando ulteriori approfondimenti che sarebbero totalmente fuori contesto rispetto agli intenti del regista

Non è un caso se quasi la totalità della pellicola si ambienta in una grossa sala da ballo dove troneggia una bandiera francese: in quella stanza viene presentata tutta la gioventù del paese in ogni suo aspetto. Il cast di Climax è variegato: dalla ballerina Emmanuelle, già nota per i suoi progetti a Berlino, a coloro che vengono dalla strada e cercano, soprattutto grazie a questa occasione, di sfondare. Gli unici punti in comune che rendono simili i personaggi sono l’amore per la danza che li tiene vivi e l’ambizione che li fa lottare. Nella sala da ballo, l’Eden, dove tutti dovrebbero essere uguali e fratelli si sparge l’odio che poco alla volta consumerà tutti i ballerini.

La Francia, rappresentata in Climax, non è un paese delle pari opportunità ma un luogo dove i giovani pur di prevalere sugli altri sarebbero disposti anche a uccidere. L’obiettivo personale viene posto al di sopra di tutto il resto: ad esempio, la coreografa che ha organizzato il corso, riferendosi al figlio, afferma che è riuscita a tramutare il suo più grosso errore nel suo più grande successo. I personaggi non ci vengono presentati canonicamente ma attraverso brevi dialoghi dai quali possiamo ricavare le relazioni che scorrono nel gruppo. Nessuno può essere definito protagonista visto che la cinepresa volteggia su ognuno di loro ponendoli tutti sullo stesso livello. Ognuno con le proprie debolezze vive un’esistenza vuota, privata di ogni gioia se non nell’atto del creare. La creazione può essere intesa con un senso duale: dare alla luce una vita nuova (molte ballerine hanno dovuto affrontare l’aborto)  e creare arte sotto forma di danza. Per i personaggi, nascita e morte sono esperienze straordinarie ma  la vita in sé è solo un piacere fugace.

Gran parte della pellicola è stata girata senza l’utilizzo di un copione: il regista si limitava a spiegare brevemente la scena agli attori (per lo più ballerini). In Climax la recitazione non è legata alle battute, che sono veramente poche e relegate alle prime sequenze, bensì al movimento del corpo. Ogni ballerino possiede un peculiare stile personale e tutti utilizzano il movimento del corpo per esprimere i propri sentimenti. Alla loro bravura sono affidate lunghe sequenze di danza (solo la prima è stata coreografata) completamente improvvisate. La cinepresa riprende i ballerini dall’alto dandoci una chiara immagine d’insieme. Il crollo a cui cedono i personaggi viene rappresentato dal ballo che diventa frenetico e privo di una qualsiasi grazia. I corpi si contorcono fra di loro in una danza che diventa atto sessuale. La progressione dello stile dei singoli artisti è stata aiutata dalla scelta di girare il film in ordine cronologico e in un’unica notte. Gli attori sono stati capaci di entrare veramente dentro i personaggi preferendo esprimere le loro emozioni per mezzo delle pure immagini senza ricercare, nel copione, un mediatore.

Dal punto di vista visivo, Climax è l’opera meno ambiziosa del regista per quanto riguarda le innovazioni tecniche: viene scelto di non rappresentare più le visioni allucinanti dovute alle droghe, come già avveniva in Enter the Void, ma si predilige un atteggiamento distaccato nei confronti dei personaggi. Lo spettatore assiste a un “bad trip” senza vederne gli affetti allucinogeni sulle menti dei ballerini. Questa scelta è coraggiosa, dal punto di vista artistico, ma deleteria, per quanto riguarda la fruizione, e rende molte delle sequenze veramente ripetitive. Noé vuole farci provare il senso di ansia dei protagonisti allungando a dismisura diverse scene ma ciò si rivela una scelta non azzeccata: molti momenti risultano esagerati e veramente tediosi.

Di grande impatto sono le riprese con la steadycam che permettono al regista di realizzare movimenti di macchina veramente complessi che amplificano il senso di afflizione e angustia che già permeano il film. L’ottima fotografia curata dallo storico collaboratore del regista, Benoit Debie, è caratterizzata dall’utilizzo di forti colori primari che illuminano tutti gli ambienti. I colori sono un’ulteriore chiave di lettura per comprendere cosa sta veramente accadendo nella scuola. Il rosso, che come da convenzione indica l’eros e la violenza, permea la sala da ballo mentre il verde e il blu sono presenti nelle stanze dove i personaggi credono di sentirsi al sicuro. Nessun ambiente è caratterizzato da colori realistici che invece sono relegati al mondo esterno dove infuria la tempesta di neve. Una caratteristica già presente in Suspiria di Dario Argento che è tra l’altro una delle principali fonti d’ispirazione visiva per il regista.

Climax non è, di certo, il lavoro migliore di Gaspar Noé ma nonostante tutti i suoi difetti (eccessiva durata e tediosità in diverse sequenze) è impossibile rimanere indifferenti. La pellicola è un ottimo lavoro poiché costruita nell’imperfezione. Un saggio visivo che medita sulla gioventù e sulla caducità dell’arte come mezzo unendo un immaginario horror alla subcultura musicale degli anni novanta. Una pellicola che si avvicina negli intenti, sempre di più, alla video arte ma che mantiene i piedi ben piantati nell’immaginario cinematografico.