Gotti – Il primo padrino: la recensione sul gangster movie con John Travolta

Gotti – L’ultimo padrino è progetto conosciuto più per l’inferno produttivo che ha subito rispetto all’effettiva bontà del soggetto. Per riuscire a produrre e girare il lungometraggio si sono alternati 44 produttori (ebbene sì, avete letto bene), 4 registi e ben otto anni di sviluppo. La pellicola ha più volte rischiato di non essere realizzata e di finire direttamente sul mercato home video. Solo grazie alla passione smodata di John Travolta per il progetto è stata resa possibile la sua concretizzazione. Il risultato di questa odissea purtroppo non ha ripagato il tempo e il denaro impiegato regalando allo spettatore una visione estremamente scadente ma soprattutto fallimentare già in partenza.

Il lungometraggio riassume in poco meno di due ore la carriera criminale nei ranghi di Cosa Nostra di John Gotti e, in minima parte, del figlio John Gotti Jr. La vicenda si apre nel 1973 quando John inizia la sua scalata al potere lavorando come sicario per la famiglia Gambino e si conclude nel 2002 con la morte del padrino in carcere, attanagliato da un male incurabile. Gli eventi narrati nel film sono innumerevoli e coprono un arco temporale immenso e pieno di spunti interessanti per analizzare il clan mafioso ma che non vengono quasi mai sfruttati al massimo del loro potenziale.

Lo spettatore assiste a una serie di eventi slegati fra di loro che hanno come unico filo conduttore la presenza del protagonista. Questo rende la visione assai difficoltosa non permettendo a chi guarda di comprendere nessuna delle dinamiche che fa muovere i personaggi in gioco in quanto nessuno di loro viene caratterizzato anche solo discretamente.

John Travolta interpreta il capo mafioso John Gotti in una scena tratta dall’omonimo film.

Il regista Kevin Connolly, al suo terzo lavoro dietro la macchina da presa dopo i due progetti semi-sconosciuti Gardener of Eden e Dear Eleanor, è abile nell’inserire un’indicazione temporale durante tutta la prima parte della pellicola, aiutando così nell’inquadramento dell’azione in una determinata finestra temporale, ma questa caratteristica viene improvvisamente meno durante la seconda metà della narrazione, creando una certa confusione nella dislocazione degli eventi: molto spesso tra una scena e l’altra passano diversi anni rendendo quasi impossibile comprendere in tutta la sua completezza cosa sta accadendo sullo schermo. A questo, bisogna inoltre aggiungere il pessimo lavoro di make-up svolto per invecchiare gli attori che, di certo, non aiuta a sentirsi parte del trascorrere del tempo.

Uno degli effetti disastrosi dell’inferno produttivo a cui il progetto è stato sottoposto è l’assenza di una qualsiasi direzione verso la quale il lungometraggio cerca di dirigersi. Che cosa si vuole veramente raccontare in Gotti – Il primo padrino? Il rapporto tra un padre e un figlio, il rapporto con il potere negli ambienti criminali o la figura controversa di un mafioso amato dalla gente di New York? La pellicola decide di affrontare tutte queste direzioni non approfondendo completamente nessuna delle tre. Ironicamente i migliori spunti di riflessioni vengono offerti da alcuni filmati di repertorio che mostrano persone che abitavano la New York di Gotti e che erano direttamente colpiti dagli eventi che stavano scuotendo il paese. Forse sarebbe stato meglio concentrarsi sull’importanza mediatica di un uomo di quel calibro con un approccio fresco e innovativo ma il regista preferisce tenersi legato alla tradizione del genere creando un gangster movie ormai superato da anni sia per quanto riguarda la sceneggiatura sia per la messa in scena.

Una scena tratta dal film Gotti – Il primo padrino, diretto da Kevin Connolly, che si dimostra non proprio esperto nel sapiente uso della macchina da presa.

Kevin Connolly è stato solo l’ultimo di una schiera di registi che avrebbero dovuto girare il film, tra i quali erano in lizza nomi più conosciuti come Nick Cassavetes e Joe Johnston. Questa scelta si è dimostrata fatale in quanto Connolly dimostra ripetutamente di non essere per nulla a suo agio nel girare un crime movie: le scene d’azione sono confusionarie e l’eccessivo utilizzo della camera a mano dopo pochi minuti risulta irritante. Le singole inquadrature sono brevissime e stonano con alcuni momenti più lenti e riflessivi del lungometraggio. Inoltre, il continuo utilizzo dello zoom combinato a un utilizzo smodato della camera a mano rende la qualità del prodotto più amatoriale che facente  parte della schiera di Hollywood. Anche la fotografia appare completamente scialba e poco ispirata nel suo complesso, pur nonostante ci siano delle belle inquadrature che risultano studiate nella loro composizione ma che rappresentano delle rare eccezioni piuttosto che la regola. La pellicola probabilmente avrebbe giovato di più se fosse stata intrapresa dai produttori la strada del direct to video come era stato originariamente previsto.

Purtroppo, neanche la recitazione di Travolta nei panni di John Gotti riesci a risollevare un film tecnicamente e concettualmente così carente. L’attore si muove sul set regalandoci una serie di smorfie che sono ben distanti da quelle che potremmo definire veri sentimenti. In breve tempo un personaggio interessante come il protagonista raccontato si tramuta in una macchietta stereotipata priva di alcuno spessore che continua a parlare utilizzando frasi fatte e ormai abusate nel genere. Non si può analizzare criticamente il resto del cast poiché non possiedono abbastanza screen time per essere veramente rilevanti. Spesso alcune sottotrame vengono abbandonate e in malo modo concluse per far proseguire l’intreccio principale.

Una scena in cui John Gotti si ritrova coinvolto in un processo a suo carico.

Persino il personaggio di John Gotti Jr. non diventerà mai protagonista delle vicende seppure il film dovrebbe narrare anche la sua vicenda: il suo scopo è purtroppo quello di creare un contraltare per il padre innalzandone le qualità e la fortezza d’animo. Non sappiamo nulla della sua storia: in una scena si sposa e qualche minuto dopo viene inquadrato con i figli ormai quasi adolescenti e i vari gap temporali non verranno mai riempiti creando così un personaggio privo di alcuna backstory per il quale è impossibile empatizzare.

Ma il difetto più imperdonabile che si può trovare in Gotti – L’ultimo padrino è il messaggio che il regista e gli sceneggiatori cercano di portare avanti. La figura del mafioso viene quasi idolatrata a esempio di virtù. Vediamo pochissimo degli effettivi delitti dell’uomo che, per il resto, ci appare come un normale uomo d’affari che sbriga le proprie faccende tranquillamente. Travolta impersoni fica non un gangster come tanti ma una vera e propria icona immortale. Sia nella prima sia nell’ultima sequenza, Gotti rompe la quarta parete e dialoga direttamente con il pubblico. Ogni senso del realismo viene frantumato e il protagonista diventa un uomo che è riuscito a raggiungere il sogno americano così come il figlio. Ebbene anche in un film di questo genere si è riusciti a inserire un lieto fine che trasforma un mafioso di Cosa Nostra in un eroe dei nostri tempi.