Venom: la recensione del film sull’alieno simbionte con protagonista Tom Hardy

Un tempo, al cinema così come nella letteratura, era l’epoca degli eroi, adesso, è il momento dei supereroi, e nessuna major può permettersi di non avere la sua schiera di beniamini a cui far salvare ripetutamente il mondo.

Dal capolavoro letterario dell’800 di Robert Louis Stevenson al caos ipertrofico provocato dai cinefumetti dei giorni nostri il passo è brevissimo. Peccato che il risultato non sia altrettanto soddisfacente. L’idea di base del lungometraggio di Ruben Fleischer, già regista del comedy-horror Benvenuti a Zombieland, era quella di lavorare sul tema del doppio, della dicotomia tra bene e male, e farlo in chiave pop e moderna. L’unico problema però è che questa premessa viene abbandonata appena dopo i primi minuti di film, anzi, probabilmente essa era già stata (consciamente o meno) abbandonata in fase di pre-produzione.

Eddie Brock è un giornalista d’inchiesta scomodo e terribilmente egocentrico. Indagando sul disastro di uno shuttle di un potente e ambizioso milionario, Eddie rovinerà la sua vita personale e professionale, ma entrerà in contatto con una forma aliena nota come Simbionte che diverrà il suo alter-ego.

Uno dei personaggi più amati che, complice un film mal concepito, non riesce a brillare sul grande schermo.

Come ci si sarebbe aspettati davanti a un personaggio come Venom, la pellicola utilizza toni molto oscuri e dark, con un forte richiamo verso l’universo della DC piuttosto che a quello della Marvel, peccato solo che questa tetraggine non venga minimamente sostenuta dallo script, dalla regia e dagli attori. Il copione firmato da Jeff Pinkner, Kelly Marcel e Scott Rosenberg (quest’ultimo già autore di un ottimo action anni ’90 come Con Air) punta semplicemente a mettere in ordine comprensibile gli eventi rappresentati senza porsi il problema di analizzarli dettagliatamente. Questo costituisce un problema fondamentale del film, poiché essendosi posti l’obiettivo di approfondire la sottile linea rossa tra bene e male, non ci si può certo permettere di liquidare la faccenda in quattro battute estremamente telefonate e buttate lì, senza nemmeno che la regia si ponga il cruccio di tentare di metterle un poco in risalto.

Non ci sono personaggi, ma solo i classici archetipi stantii dei cinecomics che si limitano a fare il loro dovere scolastico con l’aggravante di impegnarsi meno del solito. Ci si trova così di fronte ad un Venom che si ostenta nella sua supposta cattiveria (anche se in fin dei conti non è poi così malvagio), alternando battute da ragazzaccio di strada a momenti raccapriccianti che, però, il visto censura PG-13 oscura, smorzandone l’effettiva ferocia per affogarla in una sorta di gag al limite del ridicolo. Di fatti, il simbionte Venom altri non è uno stand-up comedian che si insinua nel corpaccione di Hardy prima per consumarlo, ma poi, vista l’affinità che scorre tra i due, decide di risparmiarlo e fare comunella insieme.

Tom Hardy e Riz Ahmed nel film Venom, interpreti rispettivamente di Eddie Brock e del villain Carlton Drake.

E, a quel punto, viene spontaneo domandarsi, dove sta la dicotomia di cui abbiamo parlato sopra? Semplicemente non c’è, perché tutto sommato Eddie Brock è un giornalista di successo, ma è anche un uomo scomodo, terribilmente affezionato a se stesso e col cipiglio di andare sempre a rincorrere i problemi prima ancora che essi bussino alla porta. Per il simbionte Venom vale pressappoco lo stesso discorso: poco o nulla sappiamo di lui, ma dalle sue parole emerge quanto egli sul suo pianeta natio sia considerato un perdente testardo e cronico proprio come Eddie Brock. Allora, l’incontro tra i due non può che essere il naturale disvelamento di due facce della stessa medaglia.  Ed ecco che emerge platealmente l’errore madornale del film: girare una pellicola su un cattivo che non è per nulla cattivo. Sergio Leone direbbe che è stato sbagliato appieno il centro della pellicola, e avrebbe perfettamente ragione.

Quindi, se Venom non è cattivo, cos’è allora? Solo un altro supereroe che, un po’ per gioco un po’ per vezzo, veste i panni del cattivo. Il percorso di formazione (il viaggio dell’eroe per citare Vogler) c’è tutto, benché sia stato trattato in maniera molto raffazzonata. Venom piomba sulla Terra per caso, viene catturato e sottoposto alle solite sperimentazioni da un miliardario con smanie da freaks circus, poi fugge e trova chi (all’inizio controvoglia) può essere il suo tramite per una nuova vita. Il tutto si conclude con uno scontro finale che non ha nulla da invidiare a quelli già visti in casa Marvel o DC.

Sotto la guida abbastanza annacquata di Fleischer, Hardy ce la mette tutta, gioca col suo corpo, smonta il suo viso, ma lo sforzo è vano e non c’è lotta né sofferenza. Così vale lo stesso per gli altri attori e, probabilmente, l’unico che risulta essere più convincente è Riz Ahmed, il quale interpreta il villain del film e che riesce a dare forma ad un tycoon che, dietro la facciata dell’ambizione di un giovane sognatore, cela desideri avidi e manie di grandezza.

Tom Hardy è il protagonista Eddie Brock in una scena tratta dal film Sony, Venom.

In conclusione, il film di Fleischer non rappresenta altro che l’ennesimo, stanco prodotto dei cinecomics che, non solo non sono più in grado di meravigliare l’audience, ma ormai guardano a sé stessi con lo sguardo stanco e rassegnato di colui che fa qualcosa poiché non ha possibilità di fare altro.

Avrebbe dovuto essere un film sporco, cattivo e politicamente scorretto, un po’ come ciò che ha fatto il primo Deadpool nel 2016, ma creare un cattivo come questo che si ama e si odia non è per nulla facile e, non avendo un’idea vincente su come trattarlo, poteva rappresentare una scelta che non sarebbe stata premiata nemmeno dall’audience. Assai più facile è vantare la cattiveria che attuarla. Però, una piccola lancia a sua favore va spezzata: se viene guardato senza alcuna pretesa, e con occhio infantile, risulta anche una pellicola scorrevole, aiutato anche dalla durata non eccessiva, con alcune scene che riescono a strappare un sorriso. In altre parole, un contenitore ammaccato per un contenuto marcio.