Il titolo di questo film potrebbe essere corretto in “un uomo assonnato”, tanto per descrivere la svogliatezza con cui Liam Neeson porta sullo schermo uno dei personaggi più dimenticabili della sua carriera.

Il regista Hans Petter Moland trascina ad Hollywood il remake di un film scandinavo da lui stesso diretto cinque anni fa, la storia di un uomo normale che si ritrova a dover vendicare la morte del figlio, finito in un giro di spaccio a sua insaputa. Tutti quanti sanno come Neeson si trovi bene nel ruolo di quello a cui fanno un torto e ribalta mezzo mondo per prendersi la sua rivincita: iniziò nel 2008 con Io vi troverò e da allora il genere “revenge movie” è rinato e ha subito un’impennata progressiva. Da quel momento tanti sono stati i titoli e gli attori che si sono avvicendati; l’interprete nordirlandese è diventato una vera e propria icona di questo tipo di film, scanzonati, di grande intrattenimento e divertenti, alcuni di un livello artistico superiore altri un po’ meno ma che comunque attirano un grande fetta di pubblico. Purtroppo questa volta le cose non sono proprio andate nel verso giusto.

La trama della pellicola è descritta da una sequela di scene ripetute all’infinito e completamente slegate dalle gag comiche di cui è infarcita. Il dramma che vive il protagonista non viene percepito in maniera adeguata, non si avverte il peso, la gravità e la disperazione che dovrebbe entrare in una famiglia dopo la morte di un figlio e anche tutto quello che ne consegue, l’abbandono di una moglie e un tentativo di suicidio è descritto superficialmente e senza grande pathos.

Il tentativo di unire thriller, azione e comicità decade nel momento stesso in cui quest’ultima irrompe in scena in maniera ingombrante e senza un nesso logico, facendo crollare tutto quello che era stato costruito prima e minimizzando le mosse successive (guardare la scena dell’obitorio per credere); spesso si arriva anche a ridere di gusto, per poi tornare ad un clima più posato e teso facendo così sentire in imbarazzo chi si sbellicava un attimo prima.

Il film segue la vicenda principale del percorso vendicativo di Nelson Coxman, intervallando le varie sottotrame degli altri personaggi in una maniera forsennata e sconnessa arrivando ad un punto in cui molti dettagli e indizi vanno a mischiarsi e a perdersi, creando un gran calderone di situazioni asfissianti. La pellicola prende una deriva ripetitiva, tutta la parte finale è allungata da momenti inutili che rendono la percezione della durata della storia di 6 ore piuttosto che di 2.

In conclusione, un prodotto che fa il passo più lungo della gamba, portando avanti una costruzione sregolata e confusionaria, la scrittura drammatica e quella comica non riescono a legarsi mai, come se facessero parte di due racconti diversi: gli attori recitano tutti sopra le righe provando ad essere divertenti ma risultando solo irritanti e Liam Neeson come detto all’inizio, è l’ombra di se stesso; l’unico aspetto che funziona visivamente è la messa in scena, una violenza mostrata diretta e con tanto splatter quanto basta e lo stesso vale per le fantastiche riprese degli sfondi e i paesaggi innevati, in cui la storia è ambientata.