Il cinema contemporaneo sta vivendo un pessimo periodo per quanto riguarda le produzioni indipendenti. Le grandi major statunitensi preferiscono puntare tutto su grandi universi narrativi pop che permettono di guadagnare senza creare qualcosa di originale mentre le produzioni indipendenti, sempre meno visibili, stentano a trovare fondi per sopravvivere e creare lungometraggi di genere. La distribuzione digitale è stata presto monopolizzata da grandi società, come Netflix, che ovviamente puntano su prodotti vendibili in tutto il mondo a ogni tipologia di spettatore appiattendo sempre più il panorama internazionale. Ma la situazione non è del tutto tragica: dall’avvento di internet il pubblico, in prima persona, ha reso possibili la nascita di determinate pellicole (basti pensare ad Anomalisa) che sono state autofinanziate dal basso e spesso sono diventate veri e propri successi di critica e pubblico.

One Cut of the Dead (rinominato in Italia con l’abominevole titolo di Zombie contro Zombie) è un film di questo tipo: prodotto grazie a una campagna su kickstarter è presto diventato un vero e proprio caso nella stagione cinematografica nipponica ottenendo un successo straordinario al botteghino. Il budget di partenza è stato stimato essere all’incirca di 27,000 dollari arrivando a guadagnare ben 100 milioni di dollari con un cast composto totalmente da esordienti e un regista alla sua prima prova dietro la macchina da presa. Il successo di One cut of the dead va ricercato nella freschezza del prodotto che rivoluziona il panorama internazionale dell’horror indipendente sia per quanto riguarda la sua straordinaria storia produttiva sia per alcune incredibili innovazioni che il regista, Shinichirou Ueda, ha inserito nella sua pellicola.

In un capannone abbandonato da anni una piccola troupe di film-makers indipendenti sta cercando disperatamente di terminare le riprese di un film sugli zombie. La situazione sfugge di mano quando il regista, esasperato dall’incapacità degli attori, decide di evocare veramente dei non morti. Una situazione che ben presto diventerà incontrollabile soprattutto se tutto questo è la trama di un programma televisivo horror che deve essere girato in diretta e con un solo ciak. Ueda decide di scegliere un approccio convenzionale alla narrazione ma divide la pellicola in due momenti ben definiti tra di loro uguali ma allo stesso tempo profondamente differenti. Allo spettatore, ancora ignaro del gioco meta-cinematografico, viene presentato il programma che Higurashi (il regista) sta cercando di mettere in scena per poi passare al cuore della pellicola, ovvero la preparazione e il dietro le quinte dello show. Questa decisione non solo si rivela veramente essenziale per completare egregiamente un articolato discorso meta-cinematografico ma permette anche di dare delle spiegazioni ad alcune stranezze viste nella prima parte del programma chiudendo abilmente il cerchio narrativo.

La creazione di un duplice meccanismo meta cinematografico permette al regista, per mezzo di una solidissima sceneggiatura, di imbastire una feroce critica all’industria cinematografica. La troupe protagonista del programma televisivo cerca, scontrandosi con mille difficoltà, di portare a termine la pellicola. Le condizioni sono così dure che lo stesso regista si è indebitato per poter finanziare il progetto arrivando a perdere completamente il lume della ragione. Per le produzioni è sempre più difficile ricavarsi un piccolo spazio nel mercato e nel cuore, sempre più indifferente, del pubblico che ormai si ostina a guardare solamente ciò che è più facilmente a portata di mano. Più volte il regista rompe la finzione narrativa rivolgendosi direttamente allo spettatore cercando di riportare l’interesse ormai svanito ai destinatari dell’opera. Ueda critica anche la stessa esistenza di questi film a basso budget che troppo spesso sono insufficienti in tutti gli aspetti non tanto per la mancanza dell’effettiva capacità delle maestranze ma per la completa assenza di una produzione solida alla base.

In Italia la situazione è molto simile: moltissimi registi vengono relegati all’oblio o a produzioni totalmente indipendenti, distrutti da un sistema che ormai non riesce più a ottenere un profitto ma vive sognando le vecchie glorie del passato. La critica continua abbandona la finzione scenica: il protagonista, Higurashi, lavora per la televisione e si sente ormai rassegnato a vivere seguendo una carriera mediocre in televisione. Non si cerca più di creare qualcosa di nuovo ma il prodotto deve solamente vendere e costare poco. Lo stesso cinema è invaso da agenti estranei, come idol o personalità di internet, che utilizzano il mezzo cinema come un trampolino pubblicitario per altri progetti esterni. Anche forme di produzione rivoluzionarie come il V-cinema (pellicole direct-to-video) che diedero i natali a registi di fama mondiale come Kiyoshi Kurosawa o Takashi Miike sono completamente crollate nella mediocrità e nella banalizzazione dei contenuti; nessuno crede più nel proprio lavoro e fare cinema è un lavoro come tanti.

Per Higurashi la proposta di dirigere un programma horror in diretta è paragonabile a un’improvvisa invasione di zombie. Il cinema ritorna prepotentemente nella vita del regista che vede in questo progetto completamente folle una possibilità di riscatto sociale. Una presa di consapevolezza che gli viene indotta dal personaggio della figlia, anch’essa appassionata di cinema e aspirante regista, che rappresenta un nuovo modo di creare lungometraggi che devono essere arte non meri prodotti usa e getta. One Cut of the Dead per Higurashi diventa la possibilità, mai ricevuta dall’industria, di poter sperimentare creando, guidato dall’istinto, qualcosa di assolutamente personale. Ma anche la preparazione di questo programma si rivela una vera sfida regalando allo spettatore una seconda parte completamente legata alla commedia più che alla critica sociale.

Il lungometraggio sposa nel migliore dei modi la commedia slapstick e degli equivoci: la sceneggiatura rende plausibili le situazioni, non sbagliando i tempi comici e favorendo un climax crescente. Diverse scene che abbiamo già visto nella prima parte vengono riprese mostrandoci la follia del dietro le quinte. Tutte le battute funzionano e sono perfettamente inserite nel contesto. L’atmosfera critica che permeava il film nella prima metà scompare per poter raccontare la spensieratezza e il divertimento del fare cinema. Se nella finzione i protagonisti non riuscivano a portare a termine le riprese perché ognuno badava a sé stesso, nella realtà del protagonista è solo grazie a uno spassosissimo gioco di squadra che lo show viene portato termine. L’ultima ripresa non è più solo del regista ma di tutti coloro che hanno collaborato per raggiungere l’obiettivo: una semplice ma potente metafora del lavoro della troupe per la creazione di un lungometraggio.

One cut of the dead non è solo innovativo per come affronta il tema horror legandolo alla critica del sistema cinematografico ma anche per la regia (specialmente nella prima parte). L’unica macchina da presa viene spostata a mano per il set non confondendo mai lo spettatore con inutili movimenti barocchi di carrelli o steadycam. Il cameraman è un personaggio silenzioso ma presente: pulisce la lente dell’obbiettivo o cade mentre insegue i personaggi. Una scelta azzardata ma riuscita che unisce una tipologia più classica di horror alla tecnica del found footage. Peccato che lo stesso non si ripeta per quanto riguarda gli effetti speciali e il sonoro che risentono della mancanza di un budget adeguato.

Zombie contro zombie è una pellicola costruita abilmente su molteplici livelli e per questo non deve essere catalogato come l’ennesimo film trash proveniente dal paese del sol levante. Ueda, prendendo spunto dal geniale ma purtroppo passato inosservato lungometraggio Lowlife Love, riesce a imbastire una narrazione avvincente che mette alla berlina un intero sistema produttivo che ancora non si ostina a cambiare. Forse i veri zombie di questa storia sono proprio i produttori!