L’uomo che uccise Don Chisciotte: la recensione dell’ultima visionaria fatica di Terry Gilliam

Come si può descrivere nel breve formato di una recensione 25 anni di lavoro, fatica, speranze e enormi delusioni? Non si può non parlare di The man who killed Don Quixote senza menzionare tutta la trafila interminabile di finanziamenti mancati ed eventi sfavorevoli, che rendono questa pellicola una dei più lunghi develpment hell della storia della settima arte; senza dubbio il più famoso. Un lungo e travagliato percorso di produzione che traspare in tutta la sua forza anche nel film stesso, con un finale del tutto inaspettato.

Il protagonista di questo viaggio impervio è il giovane regista, ma già estremamente famoso, Toby Grisoni, interpretato da Adam Driver, alle prese con un’ispirazione carente ed un set cinematografico che sembra cadere a pezzi ogni giorno che passa. La storia da narrare, nella torrida e onirica Spagna, è una soltanto: la rappresentazione del Don Chisciotte di Cervantes, un progetto molto caro a Toby, e già sviluppato alla prime esperienze cinematografiche in un paesino dell’entroterra spagnolo non molto distante da dove si trova ora.

Incuriosito, deciderà di tornare in quel luogo, scoprendo che il vecchio calzolaio Javier – da lui scelto ai tempi per interpretare il Cavaliere della Mancia – crede realmente di essere il protagonista del romanzo e, scambiando l’ignaro Toby per il fedele Sancho Panza, lo costringe a seguirlo nelle sue folli avventure. Il giovane regista dovrà dunque fronteggiare ciò che aveva lasciato indietro, sempre più in difficoltà a distinguere la realtà dalla fantasia.

Una scena tratta da L’uomo che uccise Don Chisciotte, l’ultima immensa fatica di Terry Gilliam.

In una storia del genere, ci troviamo di fronte ad una continua meta-narrazione, e i due protagonisti principali – Toby e Don Chisciotte – non sono altro che il regista e il suo film, Terry Gilliam e L’uomo che uccise Don Chisciotte. Nella prima parte del film, per quanto le scene siano estremamente dinamiche e piene di musica e parole, vige una forte staticità, quasi incertezza nell’andare avanti; sembra a volte di trovarsi di fronte a qualche scena scartata di Birdman, ma ad un occhio più attento non potrà scappare la trasposizione delle difficoltà che lo stesso regista americano si è trovato di fronte nella produzione di quest’opera.

Con l’avvento di Jonathan Pryce/Don Chisciotte il film si rivolta come un calzino: il mondo stantio e logoro delle produzioni cinematografiche si dilegua, e un nuovo scenario, fatto di eventi surreali, grotteschi e comici prendono possesso della visione; lo stesso Toby non capisce più bene che parte deve seguire. Dopotutto che cos’è lui? Qual è il suo copione? È Sancho Panza o un regista di successo cinico e disilluso?  La domanda però più importante di tutte è la seguente: è la realtà della produzione ad essere la vera essenza del cinema? O forse c’è qualcosa che va oltre?

Adam Driver e Johnatan Pryce sono i protagonisti Toby e Don Chisciotte in questo film di Terry Gilliam.

Sembra quasi una dichiarazione d’amore, un memorandum che mostri come il voler far cinema è in grado di superare tutte le difficoltà, non arrendendosi per seguire ciò che abbiamo sognato. E chi, se non la bellissima Angelica (Joana Ribeiro) può esemplificare questa passione? Toby prova fin da subito attrazione per lei, fin da quell’incontro avvenuto dieci anni prima, e ancora oggi, non riesce a pensare ad altro che a lei, un desiderio talmente forte da fargli dimenticare lo sfarzo – decadente ma comunque inglobante – della produzione in sé; solo l’amore è in grado di dargli nuova ispirazione.

Questa meravigliosa trama a più letture è accompagnata da una fotografia stupenda, in grado di ritrarre una Spagna esotica e mitica, vicina ai racconti dello stesso Cervantes. Anche gli attori sono estremamente capaci, dalle macchiette ai ruoli in primo piano, e ben radicati nella narrazione filmica. Una menzione particolare va data ai costumi e ai luoghi delle riprese: i primi sono estremamente ben curati e mai pomposi, e i secondi – specialmente il castello in cui si ambienta la parte finale del film – riescono ad essere claustrofobici ed immensi allo stesso tempo, e rendono bene l’idea dello straniamento che la storia cerca di trasmettere.

Come il finale cerca di dire nel modo più incredibile possibile, Gilliam trasforma quest’opera nel suo testamento spirituale, esprimendo tutta la sua passione per la settima arte, donando ai posteri una storia scritta secoli fa sotto una nuova forma, sperando anche lui di essere annoverato tra coloro che vale la pena ricordare.