Glass: la recensione del capitolo conclusivo della saga

Una cosa è certa. Glass, l’ultima fatica di M. Night Shyamalan, è probabilmente uno dei film di cui si è maggiormente parlato negli ultimi mesi. La nuova pellicola del regista de Il sesto senso, infatti, è il terzo attesissimo capitolo della trilogia iniziata nel 2000 con Unbreakable e proseguita nel 2016 con Split. Una trilogia a cui Shyamalan aveva già pensato dopo Unbreakable ma che, per vari motivi, ha visto la sua realizzazione tardare di ben 19 anni. Durante questo enorme lasso di tempo il quarantottenne regista indiano ha alternato buoni successi come The Village a flop come Lady in the water (per cui ha anche vinto un Razzie Award come Peggior Regia), o come L’ultimo dominatore dell’aria e After Earth, fallimentari tentativi di sperimentare nuovi generi. Con The Visit prima e Split poi, è però tornato in auge ritrovando quelle atmosfere thriller/horror che da sempre sono il suo marchio di fabbrica e che hanno nuovamente affascinato pubblico e critica.

Con Glass, Shyamalan conclude questa trilogia riunendo “L’uomo di vetro” Elijah Price, “Il Vigilante” David Dunn e l”Orda” (così viene chiamato l’insieme delle identità che vivono nella mente di Kevin). Dunn (Bruce Willis), aiutato dal figlio ormai adulto, è proprio sulle tracce di Kevin (James McAvoy), quando riesce a trovarlo e ad affrontarlo entrambi vengono catturati da un gruppo di uomini armati guidati dalla dottoressa Ellie Staple (Sarah Poulson), e portati in un istituto psichiatrico dove è già rinchiuso Mr. Glass (Samuel L. Jackson).

C’erano molte aspettative intorno a questo film, che però non si è rivelato all’altezza dei due precedenti capitoli della trilogia. Uno dei problemi principali riguarda la trama: troppo confusionaria, così come la sceneggiatura che, in alcuni momenti, rende difficile la comprensione delle vicende. Questa però non è l’unica problematica. Anche la caratterizzazione dei personaggi lascia molto a desiderare, soprattutto quella relativa alla mamma di Elijah (Charlayne Woodard), al figlio di David (Spencer Treat Clarke) e a Casey (Anya-Taylor Joy): tutti e tre sembrano essere stati inseriti a forza nella sceneggiatura e questo non ha favorito la loro credibilità, rendendoli quasi un intralcio alla svolgimento della trama.

Piccola annotazione anche sul personaggio di Kevin: mentre in Split erano state mostrate solo alcune delle tanto esaltate 23 personalità, in questo nuovo capitolo ne vengono mostrate anche troppe, e con un salto troppo repentino tra una e l’altra, rendendo il tutto a tratti ridicolo, nonostante l’immensa bravura di James McAvoy che praticamente regge sulle sue spalle l’intero peso del film. Quanto agli altri due personaggi principali, David Dunn raggiunge la sua definitiva maturazione e ciò lo rende intrigante (nonostante la faccia catatonica di Willis), ma il ruolo maggiormente penalizzato è quello del Mr. Glass di Samuel L. Jackson, il che è quasi un paradosso visto che è proprio il suo personaggio a dare il titolo al film. Jackson riesce sempre a rendere interessanti i ruoli che interpreta, però in questo caso non centra l’obiettivo: penalizzato dalla sceneggiatura, il suo Mr. Glass non è per niente coinvolgente e la sua interpretazione ne risente. Ciò che merita però di essere lodato è il lavoro registico di Shyamalan (forse il migliore dei tre film della saga) e la fotografia, curata e affascinante (memorabile la sequenza dove la dottoressa Staple interagisce con i tre protagonisti nella stanza rosa).

Questo però non basta a salvare Glass: una cocente delusione. Un film che non convince a pieno a causa delle carenze della sceneggiatura, del ritmo (la parte centrale è eccessivamente allungata) e della sbagliata caratterizzazione dei personaggi minori, utilizzati qui solo come macchiette inutili e noiose e del protagonista forse più atteso, Elijah Price. Un vero peccato considerando le enormi potenzialità del prodotto, ma purtroppo questa volta Shyamalan ha fallito.