Reduce dall’aver diretto due dei film più interessanti degli ultimi anni (Whiplash e La La Land) e dall’essere diventato, a ben 32 anni, il più giovane regista ad aver vinto il premio Oscar per la miglior regia, Damien Chazelle sceglie questa volta di portare sullo schermo la vita di Neil Armstrong, il primo uomo ad aver messo piede sulla Luna, narrando così, nel bel pieno della sfrenata corsa allo spazio, gli anni precedenti alla missione dell’Apollo 11 conclusasi con successo il 20 luglio 1969.

Adattamento cinematografico della biografia ufficiale First Man: The Life of Neil A. Armstrong scritta da James R. Hansen, First Man può apparire a prima vista come un film atipico per lo stile del giovane regista statunitense che, da sempre appassionato di musica (tema trattato sia in Whiplash che nel musical La la land), sceglie in questo caso di cambiare totalmente registro e di raccontare uno degli eventi più importanti per la storia dell’umanità. La sua macchina da presa si rivela però fin da subito orientata non tanto sulla missione spaziale in sé, quanto piuttosto sulla vita del giovane astronauta e su tutte le pesanti ripercussioni psicologiche a cui il lavoro al quale ha dedicato l’intera vita lo ha fatto inevitabilmente andare incontro assieme a tutta la sua famiglia.

Il personaggio di Armstrong, interpretato da Ryan Gosling, appare così molto più degno di interesse, grazie soprattutto alla sceneggiatura, rispetto al fatto storico in sé che, pur nella sua indubbia e meritata importanza, passa qui quasi in secondo piano rispetto all’uomo che ne è stato il principale artefice.

Alla buona, ma non memorabile, prova attoriale portata avanti da Gosling, che forse avrebbe potuto apportare un’ impronta più decisa e meno monodimensionale alla caratterizzazione del suo personaggio, si affianca quella sicuramente più convincente e prorompente di Claire Foy (la giovane regina Elisabetta II nella serie tv The Crown) nel ruolo di Janet Shearon Armstrong, moglie dello stesso Neil.

L’ottimo comparto tecnico risulta invece particolarmente efficace grazie soprattutto a scelte stilistiche ben precise, quali ad esempio la decisione di affiancare alla totale assenza di rumore, degna di una realistica rappresentazione dello spazio, lo strascicante respiro del protagonista (scelta a cui, escludendo il genio avanguardistico di Kubrick in 2001: Odissea nello spazio, già Gravity nel 2013 ci aveva abituato), non da meno i suggestivi movimenti di macchina come quello che dall’interno della navicella si apre bruscamente sull’immensità del silenzio lunare. Ottimo anche il montaggio serrato che trova la sua miglior esibizione nei momenti di maggior climax narrativo. Da apprezzare infine anche la moderatezza degli effetti speciali che non risultano mai esagerati o tendenti a quella spettacolarizzazione forzata a cui troppo spesso il cinema americano ci ha abituati negli ultimi anni.

Tuttavia, uno dei maggiori punti di forza del film, quasi a riaffermare lo stile registico di Chazelle accennato inizialmente, risiede proprio nella colonna sonora e nell’utilizzo delle musiche che risultano essere sempre pronte ad adattarsi alle varie scene sostenendole così con forza e consapevolezza.

Il giovane regista quindi, pur non arrivando a toccare le vette artistiche delle due opere precedenti, riesce a portare sullo schermo un film di grande personalità, la quale ha forse la sua massima dimostrazione nella decisione di non mostrare la scena più iconica dell’allunaggio stesso (ovvero quando viene piantata la bandiera a stelle e strisce) dimostrando così di essere anni luce lontano dal voler fare leva sul classico sentimento patriottico americano. Il “piccolo passo” del primo uomo ad aver messo piede sulla luna, è infatti tanto per Chazelle quanto per Armstrong stesso, una conquista che trascende ogni paese e confine. Ed è proprio questo ciò che si evince dal modo in cui il giovane regista ha deciso di rappresentare intimamente un personaggio tanto impresso nell’immaginario comune quanto forse miticizzato.