La saga di Rocky non è mai stata solo pura spettacolarizzazione della boxe, bensì lo sport fa da cornice per racchiudere il messaggio più importante, ossia il racconto di uomini che cadono, fallimenti, amori poco “cinematografici” e glorie tanto intense quanto brevi.

Creed II è il punto di svolta di tutta questa epopea, ancor più del suo predecessore, questo film riesuma il franchise e si lascia alle spalle (forse) ciò che è stato; fondamentale l’inquadratura finale dell’ultimo combattimento, con Stallone che passa il testimone mettendosi da parte in un angolo con quel nome scritto in grande dietro la casacca.

Stavolta si è passati dal raccontare una storia di accettazione delle proprie origini ad un’altra di pura vendetta e rivalsa personale. Torna la battaglia tra il fronte USA e quello Sovietico, ma mentre in Rocky IV erano due guerrieri in rappresentanza del proprio paese, in questo caso gli uomini devono riscattare loro stessi: chi la perdita del padre, chi il rapporto con la moglie e l’abbandono di un’intera nazione. Proprio quest’ultimo aspetto è il punto focale del secondo capito della saga/spin-off iniziata da Ryan Coogler nel 2016, la colonna portante che trova le sue fondamenta in una buona sceneggiatura co-scritta da Juel Taylor con lo stesso Sylvester Stallone incentrata sul rapporto a tratti commovente fra l’ormai caduto in rovina Ivan Drago (Dolph Lundgren) e quella montagna umana di suo figlio Viktor (Florian Munteanu).

Risulta difficile non cadere nella tentazione di fare il tifo per i “villain”, quando gli stessi vengono raccontati in una maniera così intima e coinvolgente. Il padre che cerca un riscatto dal proprio fallimento attraverso il sangue del suo sangue, cresciuto e allenato in cattività come un cane da combattimento, pronto a fare a pezzi qualsiasi ostacolo gli si ponga davanti. Sono potenti e intensi gli sguardi dei due durante tutta la pellicola: mentre uno cerca l’approvazione, l’altro “bastona” per alimentare la furia omicida. Purtroppo però, quando anche gli affetti più cari ti abbandonano, a nulla serve la cattiveria e il peso dei pugni e tutto d’un tratto quel vuoto improvviso sulle seggiole è il vuoto del cuore che ti abbassa le difese e ti atterra.

Per quanto riguarda il lato tecnico, nei momenti più concitati, il regista Steven Caple Jr. non tradisce le aspettative create nel primo film da Coogler con quei magnifici piani sequenza nei combattimenti ma stavolta, a rendere immersivi e dolorosi gli scontri, sono degli azzeccati rallenty e la macchina da presa che segue jab e montanti dal principio alla fine.

Nel complesso il film non crea stupore come il primo capitolo di Creed, forse perché eravamo già preparati a quello a cui andavamo incontro, ma stavolta siamo più concentrati sui retroscena che al grande match: il dramma dell’handicap di Bianca (Tessa Thompson), la nascita di un figlio, Rocky e un legame da recuperare.

Piccola menzione sulla colonna sonora: per quanto possano fomentare nei film sulla boxe tutte le varie tracce “gangsta-rap”, quando attacca l’arrangiamento di Bill Conti la sala cinematografica si trasforma in un vero e proprio palazzetto dello sport e tutto diventa reale e tangibile, quasi volesse dire “Il classico non si batte.” dalla citazione di Barney Ross aka Sly.