A Star Is Born: la recensione di un sequel in chiave moderna di cui non si sentiva il bisogno

Al suo esordio alla regia, Bradley Cooper ripropone il remake di un classico melodramma del cinema statunitense, noto anche per le plurime rivisitazioni subite nel corso del tempo. Sono passati 81 anni dall’originale A Star Is Born firmato Wellman e questa storia ha sempre trovato facile adattamento col cambiare delle epoche: dalla rivisitazione in chiave musical del capolavoro targato Cukor con Mason/Garland (1954) a quella sulle note del country folk di Pierson con Kristofferson/Streisand nei focosi anni ’70, fino ad approdare alla cultura popolare del nuovo millennio.

Lo scheletro della storyline resta grossomodo lo stesso dei precedenti: Jackson Maine (Cooper anche nel ruolo principale) è un celebre cantautore con evidenti problemi di alcolismo. Il fato lo porta in un gay night club in cui vede esibirsi con una canzone Ally (Lady Gaga), una cameriera che ha un sogno perennemente nel cassetto. Incantato dalla sua performance decide di aiutarla a realizzare il suo sogno e tra i due si accende una chimica artistica e sentimentale. Ma il crescente successo di lei sarà direttamente proporzionale al declino fisico di lui.

Bradley Cooper esordisce alla regia e si pone protagonista di ennesimo revival del classico A Star is Born.

Cooper rilegge la storia in chiave contemporanea, cercando di evidenziare il contesto sociale cui fa da sfondo in tutte le sue sfaccettature. Questo, però, resta lo spunto più interessante di un film che alla fine dei conti risulta un riadattamento superficiale e inconsistente.

Se da un lato la regia è piuttosto accademica e grezza, accentuata ancor di più da un montaggio un po’ troppo frettoloso, la pecca maggiore risiede nella sceneggiatura, intrisa di dialoghi banali e che delinea maldestramente situazioni e personaggi al di fuori del protagonista maschile, a cui Cooper egocentricamente cerca di attribuire il perno di ogni elemento della storia (come nelle inutili digressioni sulla sua infanzia e sulla sua acufene) mettendo in secondo piano anche la sua “star” femminile, la quale, essendo inoltre inclusa nel titolo, era lecito aspettarsi che avesse maggior peso specifico.

Bradley Cooper e Lady Gaga non riescono a convincere con le loro interpretazioni nel film A star is born.

Poco risollevano le gradevoli performance canore dei due protagonisti dal momento che le loro sortite drammatiche non risultano all’altezza della situazione, specie nel caso di Cooper in una interpretazione esibizionista, narcisistica e principalmente caratterizzata da smorfie e biascichi, in cui tenta di fare leva sulla componente emotiva dello spettatore con scene ad alto tasso di patetico, che nei fatti risultano anche di cattivo gusto.

Un remake ruffiano e dimenticabile di cui non si sentiva l’assoluta esigenza e che al rischio di una cieca adorazione, che possa immeritatamente elevarlo a cult della sua epoca, aggiunge quello di oscurare il prestigio dei suoi illustri predecessori.