Zan (Killing): un’analisi del film di Shinya Tsukamoto – Venezia 75

Shinya Tsukamoto è uno dei registi giapponesi più importanti e interessanti della sua generazione. Conosciuto dai più per il cult movie sperimentale Tetsuo nel corso degli anni ha continuato a mutare il suo cinema rendendolo sempre dinamico ai cambiamenti del mondo che circonda il medium cinematografico, capace di fornire un ottimo commentario sul Giappone moderno utilizzando il cinema di genere. Dopo la vittoria, nel 2011, di Kotoko nella sezione Orizzonti della Mostra del cinema di Venezia e la selezione nel 2014 per Nobi, il regista torna nuovamente al lido per presentare il suo nuovo lavoro: Zan (Killing). Questo lungometraggio è una novità assoluta per i canoni del regista perché non solo è il suo primo Jidai-geki ma verrà distribuito, finalmente, internazionalmente dalla Nikkatsu dopo anni di lavori completamente indipendenti e purtroppo passati in secondo piano all’estero.

Lo Jidai-geki è un genere cinematografico tipicamente giapponese che narra le vicende di samurai e contadini caratterizzate dall’ambientazione risalente al periodo Tokugawa (1603-1868). Spesso questa tipologia di pellicola viene confusa con quel genere che prende il nome di Chambara e si occupa principalmente di combattimenti all’arma bianca. Ovviamente l’appartenenza di una pellicola a un genere non ne preclude l’appartenenza all’altro. Molti film Jidai-geki sono dei classici Chambara: alcuni esempi sono I sette Samurai  di Akira Kurosawa, An Actor’s Revenge  di Kon Ichikawa o la saga di Lone Wolf and Cub. Entrambi i generi rappresentano una tipologia di film legata alla tradizione e, sul lungo termine, andranno a modificare o creare generi che ormai sono tipici della cinematografia giapponese (come gli Yakuza-eiga). Non è un caso se molte delle qualità del samurai verranno traslate nella figura dello Yakuza onorevole che trova la sua più grande rappresentazione nei film di Takeshi Kitano. Tsukamoto decide di rinnovare questi generi dalle fondamenta stravolgendo completamente topoi narrativi consolidati da anni.

In Giappone, dopo 250 anni di pace, stanno tornando venti di guerra. Molti samurai si sono impoveriti e sono entrati a far parti di comunità agricole. Mokunoshin è uno di questi ronin senza padrone che lavora come contadino in un piccolo villaggio tenendosi allenato grazie a Ichisuke, il figlio del capo villaggio, desideroso di imparare i segreti del maestro. Le giornate passano tranquille, Mokunoshin intreccia persino una timida relazione sentimentale con la sorella di Ichisuke, Yu. L’idillio crolla quando nel villaggio arriva un vecchio samurai, Jirozaemon Sawamura, (interpretato dallo stesso regista) che cerca buoni combattenti per lo shogun.

Tsukamoto mette in scena un classico prologo da film chambara ricalcando I sette samurai ma decide di non far proseguire oltre la narrazione. Uno snodo narrativo che in una normale pellicola di questo genere avrebbe occupato i dieci minuti iniziali in Zan viene dilatata per tutti gli ottanta minuti che compongono la pellicola. Ciò permette al regista di smembrare tutte le caratteristiche tipiche del Jidai-geki rendendolo un film più introspettivo che legato all’azione. Il regista pone un elemento di disturbo che poco alla volta distrugge tutte le certezze dei personaggi. In questo caso l’elemento di disturbo è contestualizzabile nella figura del vecchio samurai che riporta al presente gli abitanti del villaggio ancora convinti di vivere nell’illusione della pace.

Il più grosso limite di Mokunoshin è quello di non riuscire a uccidere con la spada il proprio nemico rendendolo un samurai completamente privo di valore e scopo. Il protagonista è un personaggio estremamente negativo nella sua impotenza decide volontariamente di non affrontare i briganti colpevoli di aver depredato e distrutto villaggi ma diventandone amico pur di evitare l’inevitabile conflitto diretto. Mokunoshin ha dimenticato i valori che resero grandi i samurai del passato. Egli rappresenta, per questo motivo, la nuova gioventù giapponese che entrava in contatto proprio in quegli anni con la cultura e i valori giunti dalla civiltà occidentale. Una società, la nostra, basata sull’individualismo e in contrasto con il collettivismo tradizionale. L’impotenza del protagonista nei confronti dell’atto militare si collega direttamente all’impotenza sessuale. Anche nella relazione con la figlia del capo villaggio il rapporto resta incompleto e non convenzionale. La pulsione sia violenta che sessuale raggiungerà l’apice nello scontro finale dove carne e sesso si uniscono per la prima e l’ultima volta.

Nel cinema di Tsukamoto la correlazione fra impotenza mentale e impotenza sessuale è un tema ricorrente. In Tokyo Fist, l’alienazione causata dalla città portava il protagonista a perdere ogni appetito sessuale nei confronti della moglie; solo dopo l’inserimento di un fattore destabilizzante (l’amante della moglie) e dopo aver condotto il corpo al limite dell’umano si risvegliavano le pulsioni sessuali del personaggio. La stessa cosa può essere stabilita nei confronti del primo lungometraggio del regista, Tetsuo, in cui l’iniziale impotenza viene sostituita dalla furia sessuale dell’uomo tramutato in macchina.

Il cast del film, compreso il regista sulla destra, alla 75esima Mostra del cinema di Venezia.

Possiamo notare come il regista ha diviso il tipico protagonista delle pellicole chambara/jidai-geki in quattro diverse personalità: Mokunoshin, Sawamura, Ichisuke e Yu. Sawamura è l’antitesi del protagonista e incarna tutti i valori tradizionali del samurai: egli rappresenta quello che rimane della società nipponica prima dell’inevitabile occidentalizzazione. Pur non essendo una figura negativa la sua presenza opprime lo spettatore rendendolo inquietante e privo di alcuna empatia. Il giovane compie il suo dovere alla perfezione quasi lasciandosi andare a un certo sadismo e preferisce non uccidere sul posto i nemici ma li lascia a dissanguare fra atroci sofferenze. Sawamura non può permettersi di ottenere come risultato un fallimento.

Lo scontro tra il pacifista Mokunoshin e il samurai temprato da mille battaglie diventa una lotta fra generazioni in un Giappone che sotto il governo ultra-nazionalista di Shinzo Abe sta tornando a formare un’armata di autodifesa nazionale mentre i giovani osservano impotenti. Entrambi i personaggi nel corso degli eventi non cambiano ma non potrebbero fare altrimenti: sono bloccati da ideologie preesistenti che persistono ancora oggi. Ichisuke rappresenta la temerarietà tipica di certi personaggi dei film chambara. Irruento e poco saggio è lo specchio nel quale i due samurai adulti si affacciano ripensando al passato: entrambi hanno vissuto quella spensierata fase nella loro vita. Il ragazzo pur essendo stato scelto da Sawamura per accompagnarli nel viaggio verso Edo deve sopportare l’inferiorità con cui verrà trattato dagli altri.

“Non si è mai visto un contadino che combatte come un samurai” una frase che risuona molto familiare agli spettatori più attenti perché simile a una delle frasi rivolte al personaggio di Kikuchiyo, interpretato dall’impareggiabile Toshiro Mifune, ne I Sette samurai. Ichisuke è modellato sulle fattezze di quel personaggio e possiamo considerarlo come l’unico personaggio veramente positivo del lungometraggio.

Yu, la figlia del capo villaggio e interesse amoroso del protagonista, è il personaggio che rappresenta la volontà ferrea che spinge ogni samurai alla vittoria. Il rapporto con i due samurai cambia notevolmente: se prima prova attrazione per il protagonista successivamente lo disprezza. Lo stesso avviene con Sawamura, Yu pensa che al vecchio interessi la sorte del villaggio ma quando scopre che all’uomo importa solo il compito che deve compiere, a qualsiasi costo, essa perde ogni tipo di affezione nei suoi confronti. Yu è il tramite che unisce i due samurai, la reazione scatenante che porterà all’inevitabile conflitto fra i due.

Un’immagine ricorrente è quella delle coccinelle: “quando una coccinella arriva in cima a un albero vola via”. Il destino di Mokunoshin e Sawamura è lontano dal villaggio che li ospita e qualunque sia il risultato dell’ultimo duello entrambi abbandoneranno in un modo o nell’altro l’idillio infranto. La natura viene posta in primo piano grazie sia a riprese fisse che a eleganti carrelli (la scena dell’allenamento iniziale).

Tsukamoto decide consapevolmente di utilizzare uno stile di regia ambivalente: la camera segue e imita le emozioni del protagonista alternando momenti di calma in cui prevalgono immagini statiche e movimenti di macchina ben studiati a momenti di crisi durante i quali la cinepresa viene mossa a mano. Questa dualità è notabile durante le sequenze di combattimento: quando Mokunoshin si allena o combatte con il bastone di legno le mosse sono ben riconoscibili e coreografate mentre nel bel mezzo degli scontri con la spada le riprese diventano scosse e nevrotiche. Durante la battaglia contro i briganti non sappiamo chi colpisce o viene colpito. La regia, assieme al sapiente utilizzo della colonna sonora e del sound design, riesce a far immedesimare lo spettatore nel sentimento di impotenza del protagonista incapace di utilizzare la spada.

La colonna sonora postuma di Chu Ishikawa, un collaboratore assiduo di Tsukamoto fin dall’esordio, è la summa del lavoro di una vita: ricercata ma allo stesso tempo semplice quanto geniale. Una ricerca del suono che si allontana dalle classiche soluzioni musicali epiche, tanto care al genere, avvicinandosi invece ai microcosmi come: il frastuono del metallo durante la forgiatura di una spada, i rumori degli uccelli, il silenzio prima dello scontro e le urla dei combattenti. Tutte queste suggestioni sonore vanno a completare una complessa e stratificata composizione all’avanguardia che ingloba e trasporta lo spettatore per l’intera durata della pellicola.

Zan è un ideogramma che in giapponese significata spada. È anche il rumore dell’arma quando colpisce mortalmente un avversario. Tsukamoto costruisce un grandioso film sull’atto di uccidere partendo dal titolo e concentrandosi non tanto sullo strumento di morte quanto su coloro che uccidono. Siamo lontani dai bagni di sangue a cui siamo stati recentemente abituati, in primis dal recente film di Takashi Miike L’immortale, in cui decine se non centinaia di uomini subiscono le sorti peggiori. Tsukamoto cambia il nostro modo di vedere la violenza rendendoci più consapevoli di ciò a cui stiamo assistendo. Con un colpo simile a quello di una katana, il regista distrugge il genere per ricostruirlo e riformarlo portando una carica infinita di novità. Zan è un lungometraggio comparabile ai migliori film chambara di Kurosawa e pregno di innovazione, al pari di capostipiti del calibro di The Sword of Doom, che probabilmente tra qualche anno si studierà nelle scuole di cinema assieme a una filmografia di un artista straordinario che si è scelto di dimenticare.