The Other Side of the Wind: la recensione dell’ultimo film di Orson Welles – Venezia 75

Orson Welles può essere considerato uno dei migliori artisti della lunga storia della settima arte: le sue opere hanno rivoluzionato un linguaggio, liberandolo da anni di catene e rigidi paletti imposti dalla tradizione. Come tutti i più grandi innovatori, durante la sua vita, il regista dovette sopportare diversi insuccessi di critica e di pubblico. Molto spesso le produzioni non volevano supportare i suoi lungometraggi considerandoli dei fallimenti già in partenza mentre in alcuni casi, invece, le grandi major americane cambiavano completamente il lavoro svolto dal regista inserendo finali e scene completamente slegati dalla visione iniziale. Lavorando con un budget spesso ristretto, Orson Welles utilizzava al suo massimo il potenziale dell’occhio della cinepresa: creando capolavori immortali come Falstaff o Otello.

Alla lunga carriera dell’artista si aggiungono una serie di progetti falliti che trovano come loro massimo esponente il tentativo disperato di adattare il Don Chisciotte di Cervantes per il grande schermo (un altro fallimento degno di nota è il girato ma perso lungometraggio “Il Mercante di Venezia”). Ma nella filmografia di Welles è presente un altro progetto misterioso e affascinante che ha diviso per generazioni critici e appassionati. Tutti erano a conoscenza dell’esistenza della pellicola, considerata l’ultimo lavoro prima della morte, ma nessuna era mai riuscito a vederla, cosicché si era formata un’aura di leggenda che in qualche modo veniva alimentata dalle poche informazioni disponibili e dalla maledizione che colpiva i film del regista.

The Other Side of the Wind era il pezzo mancante della filmografia di Orson Welles.

The Other Side of the Wind è un lungometraggio scritto e diretto da Orson Welles tra il 1970 e il 1976, girato dal regista appena tornato negli Stati Uniti dopo un lungo soggiorno in Europa dove aveva cercato invano di trovare fondi per altri progetti che purtroppo non andarono mai in porto. La pellicola venne completamente filmata ma mai montata in quanto Welles si lasciò alle spalle prima di morire solo 45 minuti di montaggio effettivo su oltre 96 ore di girato. Dopo quarant’anni dalla conclusione del progetto, The Other Side of the Wind potrà essere visionato dal pubblico di tutto il mondo grazie all’intervento di Netflix, che ha sponsorizzato il progetto, e alla tenacia di Peter Bogdanovich che promise al regista in punto di morte che avrebbe completato, ad ogni costo, la sua pellicola. Il montaggio è stato effettuato tenendo conto del precedente lavoro svolto da Welles, basandosi sui diversi appunti, sulle note di regia e sulla sceneggiatura originale. Ovviamente non potremmo mai sapere se il prodotto che possiamo vedere adesso rispecchi in tutte le sue sfumature il volere e la poetica del regista ma è il progetto che si avvicina di più all’effettiva verosimiglianza.

Il regista Jake Hannaford, interpretato da John Huston, muore in un incidente automobilistico (un suicidio?) dopo aver festeggiato nella sua villa il settantesimo compleanno. The Other Side of the Wind doveva essere la pellicola che l’avrebbe riportato alle luci della ribalta ma diverse ristrettezze economiche hanno messo a rischio il progetto. Hannaford decide di presentare il progetto durante un party per il compleanno, sia per trovare potenziali investitore sia per cercare di ritrovare l’attore protagonista della sua pellicola, John Dale, che è scappato prima dell’ultimazione del lungometraggio. Durante la festa, il regista è sempre accerchiato da un foltissimo gruppo di appassionati e giornalisti che con le loro cineprese riprendono perennemente tutto quello che succede nella villa, mostrando i diversi volti del mondo del cinema. The Other Side of the Wind è considerabile come l’otto e mezzo di Orson Welles. Jake Hannaford, finalmente, dopo anni di rifiuti e sconfitte può finalmente dire la sua, in completa libertà, sul mondo del cinema, in particolare quello americano.

È una pellicola diversa, impossibile da attribuire a un solo genere cinematografico poiché il regista continua a cambiare registro e impostazione durante l’opera: dal mockumentary al noir, dalla commedia nera passando per la citazione/parodia al nuovo cinema americano. I personaggi non sono mai al sicuro dalle telecamere che sono posizionate in ogni luogo nella immensa magione. Un simbolo che rappresenta la distruzione completa di ogni forma di finzione in funzione dell’assoluto realismo. SI alternano formati, stili di regia e colori completamente differenti: un’anarchia fuori controllo originata dalla figura quasi divina del regista. Il ritmo è completamente indecifrabile con un passaggio continuo da scene fittamente dialogate a sequenze oniriche e riflessive che non permettono allo spettatore di comprendere dove inizi la realtà e finisca la finzione.

Una fotografia che mostra il dietro le quinte del film The Other Side of the Wind, in cui si può notare lo stesso Welles a destra dell’immagine.

Il protagonista assume le dimensioni titaniche tipiche dei personaggi di Welles, come già visto nei suoi precedenti film da Quarto potere a Rapporto confidenziale. I suoi lungometraggi sono sempre caratterizzati dalla presenza di personalità complesse nella loro grandezza, completamente aliene rispetto al mondo circostante e il compito del regista è quello di provare a rendere comprensibili questi uomini talmente enigmatici da divenire iconici. Questa peculiare caratteristica viene messa, in parte, alla berlina in The Other Side of the Wind: Hannaford non parla e non vuole rispondere alle domande che gli vengono poste, facendo sì che, senza la presenza dei personaggi che circondano il regista, ormai sul viale del tramonto, non potremmo sapere nulla sul suo conto.

Jake non si premura di essere compreso così come il pubblico non capisce il significato del suo nuovo film: solo chi lo conosce davvero potrà entrare nel mondo dipinto dagli occhi di un artista che non vuole rivelare nulla ai rotocalchi ma si mantiene, nel suo silenzio, puro e inviolato. Si apre allo spettatore solo grazie a Brooks Otterlake, interpretato da Peter Bogdanovich, che ha saputo in passato guadagnarsi la fiducia del titano con il duro lavoro sul set. Il rapporto fra i due rimane ambiguo fino alla fine: un fan che ha fatto carriera e ha ormai abbandonato il maestro ormai privo di alcuna rilevanza o un rapporto talmente privato e intimo da risultare contrastante. Orson Welles preferisce agire come Hannaford mostrando e non parlando: l’atteggiamento titanico del protagonista è accentuato dalla sua, autoproclamata, vicinanza con Dio. Il regista si paragona a un Dio creatore e onnipotente che può fare qualunque cosa senza nessuna ripercussione. Una figura decadente abbandonata dalla sua creazione: John Dale, un ragazzo che, come un modello Adamo, viene creato dal padre ma finisce per tradirlo. Una divinità, quella di Hannaford, ormai vecchia e abbandonata dal grande pubblico. The Other Side of the Wind racconta, pertanto, il crollo di un titano, distrutto dal mondo che lo circonda e superato persino dai più fedeli discepoli.

Un’immagine tratta dal film The Other Side of the Wind.

Orson Welles si sentiva ormai vecchio e lontano dal nuovo cinema americano. Uno dei pochi a lui vicini fino alla fine fu Peter Bogdanovich che, scrivendo diversi saggi, cercò di far rivalutare alla critica l’opera del maestro. Solo a Bogdanovich il regista riesce a confidare i pensieri più personali nel corso degli anni rendendo quest’ultimo lungometraggio estremamente personale e sentito. Welles è estremamente diverso da giovani registi come Antonioni, Bertolucci o Jodorowsky che proprio negli anni settanta trovavano la loro fortuna internazionale. Il lungometraggio di finzione che dirige Hannaford è una sorta di omaggio/parodia proprio a questi cineasti. Da un lato viene mostrata l’assurdità di queste pellicole spesso non capite da un pubblico generalista e incomprese dai critici più noti, dall’altro omaggia la bellezza estetica che ha caratterizzato tutto il movimento cinematografico di quel periodo. Attraverso complicati movimenti di macchina, prospettive impossibili e un erotismo mai visto, Welles affascina lo spettatore in questo omaggio ironico di un regista che si sente ormai vecchio ma con ancora infinite cartucce da sparare.

La vera invenzione cinematografica che rende The Other Side of the Wind un grandissimo film è l’utilizzo e il significato che il cineasta dona alla macchina da presa che non è più uno strumento con cui riprendere solo delle immagini in movimento ma un’entità viva che scruta con attenzione i nostri sentimenti. Tutto viene impresso sulla pellicola e nulla sfugge: Welles, involontariamente, anticipa la nostra contemporaneità, dove la nostra vita è perennemente osservata dal freddo occhio della lente di un qualsiasi dispositivo elettronico. L’obbiettivo che mangia l’animo e ci intrappola in una serie di fotogrammi a cui noi cerchiamo di dare uno scopo, creando un film pieno di scene mancanti.

The Other Side of the Wind è l’ultimo lascito di un regista fondamentale per comprendere effettivamente il cinema come linguaggio. Un’opera piena di sfaccettature che non sono completamente comprensibili di certo a una prima visione. Un film che trascende il concetto stesso di pellicola per parlare direttamente con lo spettatore. Welles ci guida dolcemente fino alla fine, o forse fino all’ultimo stop.