BFI London Film Festival 2018: La recensione di Life Itself

“Quando la pioggia cade sul tuo viso e il mondo intero è sulle tue spalle, ti potrei offrire un caldo abbraccio per farti sentire il mio amore.”

È sulla scia di questa frase, tratta dalla canzone “Make you feel my love” di Bob Dylan, che il film Life Itself incentra il fulcro della sua storia.

Lo sceneggiatore Dan Fogelman, creatore della serie televisiva This Is Us, con questo suo secondo lungometraggio cerca di portare sullo schermo una complicata rete dove i destini di personaggi diversi tra loro s’intrecciano seguendo un unico filo conduttore che è l’amore, ma nello stesso tempo diventano anche vittime di una vita che li porta ad una sofferenza insormontabile.

Divisa in 5 parti, la trama presenta la storia di vari personaggi che inizialmente sembrano non aver alcuna affinità, ma con il proseguire del racconto si scopre il legame creatosi tra loro.

Will (Oscar Isaac) è un quarantenne che ricostruisce la sua storia in una seduta di psicanalisi, attraverso l’amore per Abby, gli anni del college, l’intimità matrimoniale, e poi, inatteso, il giorno che lui chiama “della separazione”. Di separazione in realtà ce n’è ben poco; forse nel passato di Will c’è un evento così traumatico da non poter essere raccontato. Vent’anni dopo la ventenne Dylan, figlia di Will ed Abby, incontra per la strada il coetaneo Rodrigo, studente di origine spagnola, figlio di una coppia di lavoratori dell’Andalusia, che anni prima era già stato in quel luogo.

Il film è costruito sotto forma di vari flashback per presentare lo stato d’animo in continuo tormento dei personaggi; a metà racconto però è come se una nuova storia parallela s’introducesse nella trama originale. Dalla New York di Will, Abby e Dylan si passa alla Spagna contadina della famiglia Gonzalez, dove la fotografia si fa più calda per poter dar luogo alla vicenda della famiglia che rimarca alcuni tratti tipici della telenovela spagnola. Da uno stile totalmente veloce, ricco di flashback e ricordi che caratterizzano la parte americana del film si giunge poi ad uno stile lento e narrativo della parte europea per rimarcare le differenze culturali dei vari protagonisti e di come uno stesso evento può avere differenti reazioni drammatiche.

La pellicola presenta un incombo di tragedie intrecciate da loro, marcate anche da un senso ironico, raccontate inizialmente da un narratore interno (Samuel L. Jackson) e successivamente da una voce narrante, che poi si scoprirà coinvolta nel racconto. Perno centrale diventa la colonna sonora firmata dalle canzoni dell’immenso Bob Dylan, soprattutto la sopracitata Make you feel my love, reinterpretata sotto ogni punto di vista , come se ad ogni versione esprimesse l’essenza dei personaggi e sottolineasse la tragedia in corso.  Un altro fattore chiave è la poetica de “il narratore inaffidabile”, presentato inizialmente da Abby (Olivia Wilde) nella sua tesi, cercando di definire proprio come la vita stessa sia un narratore inaffidabile, incapace di seguire una linea guida che possa portare felicità ma allo stesso tempo offrire uno spiraglio di luce, come spiega la visione romantica della voce narrante.

In conclusione, Life Itself dà rilievo alla dimensione emotiva della storia impregnata di sofferenza e tragedia che sembra quasi impossibile vederne il lato moralistico. Un concatenamento di eventi che porta lo spettatore ad assistere a due storie parallele, presentate in modo diverso e che creano una sensazione di straniamento. Una pellicola che lascia con una sensazione d’amarezza data anche dal finale frettoloso e dalla poca considerazione di Abby e Rodrigo. Si è dato più spazio al loro background familiare che alla loro essenza umana e tutto questo porta alla messa in scena di tanti punti diversi tra loro che convergono in una sola direzione che risulta alla fine troppo confusionaria da poter seguire.