BFI London Film Festival 2018: La recensione di Can You Ever Forgive Me?

Dopo il successo delle biografie di alcune donne di successo degli anni ’30-’40, la scrittrice Lee Israel si trova in una brutta situazione di limbo letterario, la stesura di un’altra biografia non gioverebbe alla sua carriera e la propria manager le consiglia di cambiare lavoro. Per coprire i prezzi delle cure del suo amato gatto Jersey e dell’affitto del suo appartamento decide di vendere una lettera autentica di Katharine Hepburn. Da qui scopre il mercato delle lettere delle celebrità passate e, trovando gusto nell’imitare le voci delle vecchie star, inizia a rubare, falsificare e vendere pezzi spacciandoli per autentici, grazie anche all’aiuto del suo nuovo amico Jack Hock.

Copia originale è basato sull’ultimo libro delle memorie della scrittrice e biografa americana Lee Israel, intitolato Can You Ever Forgive Me?, da cui prende il titolo originale il film. Il progetto iniziale risaliva al 2015 e vedeva Julianne Moore come protagonista e Nicole Holofcener alla regia. Le cose cambiarono l’anno successivo quando la Moore abbandonò totalmente la produzione e la Holofcener passò alla sceneggiatura, lasciando il posto da regista a Marielle Heller. Sebbene la Heller sia ancora alle prime armi – questo è il suo secondo film come regista – è riuscita a portare alla luce, grazie anche ad una sceneggiatura divertente ma che a tratti lascia passare solitudine e tristezza, un buon biopic che pone interesse sulla vita, sull’interiorità di due persone non abbastanza accettate dal contesto sociale e culturale dei primi anni ’90. Molto belle sono le sequenze che scorrono veloci ponendo l’attenzione sulle diverse macchine da scrivere per differenziare il tipo di scrittura e i caratteri delle varie lettere false. La fotografia riesce a diversificare le scene grazie ad un gioco di colori che passa da una fotografia grigia ad una bruna e illuminata da fonti di luce gialla curata da Brandon Trost, il quale aveva già collaborato con Marielle nel suo primo film Diario di una teenager.

Melissa McCarthy e Richard E. Grant con questo film possono vantare la loro migliore performance. Condividendo lo schermo gli attori creano un’armonia piacevole, tra i due nasce una splendida intesa di complicità tanto da far risultare questo duo una cosa naturale. La McCarthy sente che questo ruolo sia stato scritto appositamente per lei e con forte sicurezza riconferma il proprio talento interpretando qualcosa di più profondo e improbabile, diverso dal suo solito registro di personaggi ma pur sempre conservando e concedendo dello spazio all’aspetto comico. La sua Lee Israel probabilmente è più accattivante e scontrosa della reale. Lee è una persona chiusa, di conseguenza anche la scoperta della sua storia nel film è piuttosto lenta e contorta, le relazioni con le persone non sono il suo forte, non parla mai di sé stessa ed è per questo che non riesce a scrivere opere originali. Altrettanto impressionante è la performance di Grant, adorabile ma che sfocia nello straziante sul finale. Il suo personaggio, a differenza di quello di Lee, è più estroso, si mostra più sicuro e orgoglioso di essere gay. Grant ci avrà messo quasi sicuramente del suo per rendere Jack più interessante e appariscente.

Tutto nel film sembra funzionare perfettamente, ma il concentrarsi sull’interiorità dei personaggi sembra sopraffare la truffa, che inizialmente sembra essere il fulcro del film. Da ciò ne consegue un ritmo non molto accattivante che rischia di far distogliere lo sguardo dallo schermo un paio di volte.