Yorgos Lanthimos: una ventata d’aria fresca, originale e grottesca, dalla Grecia

La 75esima edizione della Mostra del cinema di Venezia è stata ormai consegnata agli archivi e ancora una volta sembra che il lido possa essere un punto di svolta per registi e attori che ne hanno preso parte, soprattutto per quelli provenienti dai cinema stranieri meno conosciuti.

Protagonista della kermesse è stato indubbiamente Yorgos Lanthimos, alla sua seconda esperienza a Venezia dopo Alps (2011) e per la prima volta premiato con il gran premio della giuria per il suo The Favourite. Arrivato al suo settimo lungometraggio da regista (se si tiene conto anche dei certamente meno noti O kalyteros mou filos e Kinetta), Lanthimos si pone certamente al centro della filmografia europea e mondiale di questo ultimo decennio.

Figure enigmatiche, situazioni grottesche, voyeurismo e sadismo sono solo alcuni degli elementi presenti nella filmografia del regista greco che, come lui stesso rivela (“I like to construct films in a way that makes you feel a bit uncomfortable…”), non disdegna far sentire a disagio lo spettatore anzi cerca quel preciso intento attraverso le scene presenti nelle sue pellicole. Uno spettatore che però, allo stesso tempo, è messo nella condizione di riflettere, di porsi delle domande, perché, in fondo, ciò che ci attrae dei caratteri dei film di Lanthimos, è che ritroviamo in loro una porzione più o meno ampia di noi stessi, per quanto oscura possa sembrare. Non è un caso che il regista greco citi tra le sue maggiori influenze Andrej Tarkovskij e Robert Bresson, due dei più abili osservatori dei vizi e delle virtù umane.

Una scena tratta dal film Dogtooth che mostra la relazione complicata di una famiglia con il mondo esterno.

Partendo da Kynodontas (conosciuto probabilmente con il suo titolo in inglese Dogtooth), aggiudicatosi una candidatura come Miglior film straniero agli Oscar del 2011, il regista greco ci ha mostrato diversi lati nascosti dell’umanità. Una famiglia, un padre fin troppo protettivo e il confronto con un mondo esterno con il quale sembra davvero complicato rapportarsi. Se tutto ciò che è esterno è percepito in questo modo allora è lecito, forse, rinchiudersi in una nostra dimensione che, in Dogtooth, si traduce in azioni ferine.

E se nel suo primo lungometraggio di successo, Lanthimos pone l’accento sull’educazione dei figli, sui rapporti familiari, nel successivo Alps affronta un tema delicato (ma che non esclude il politicamente scorretto) come l’elaborazione di un lutto, o meglio, del lutto in famiglia. Condizioni esistenziali che si uniscono al grottesco, il tutto amplificato dall’interpretazione degli attori, che oscillano sulle corde dell’apatia e dell’afasia.

Colin Farrell è il protagonista del distopico The Lobster, primo lungometraggio in inglese di Lanthimos.

Tutti elementi che certamente ritroviamo nel suo primo lungometraggio in lingua inglese intitolato The Lobster, che segna l’inizio del sodalizio con Colin Farrell e mette in luce il talento scritturale e autoriale del più vicino collaboratore di Lanthimos, lo sceneggiatore Efthymis Filippou e che permetterà ai due di ricevere la nomination per la migliore sceneggiatura originale agli Oscar del 2017. Il mondo descritto da The Lobster è indubbiamente qualcosa di distopico, ma l’argomento posto al centro (cioè l’ amore) è forse il più umano, concreto e ugualmente astratto sentimento che si possa trovare. Lanthimos nuovamente cava le emozioni fuori dai suoi personaggi fino a farli regredire (nuovamente) a una condizione animale. Un uomo privo della sua sensibilità è forse superiore a un’aragosta?

Con The Lobster, Lanthimos definisce maggiormente anche la sua cifra stilistica: se da un lato i personaggi ci respingono con la loro personalità, dall’altro, Lanthimos ci invita a seguirli, quasi a pedinarli, facendo diventare noi stessi parte della loro condizione. Un voyeurismo tipicamente cinematografico, obbiettivi che dilatano e restringono il campo, riprese dall’alto, tutto quanto pone lo spettatore in una posizione di superiorità rispetto a chi si trova all’interno della vicenda. Lanthimos risveglia il lato sadico che è in noi, ci pone davanti a uno specchio in grado di mostrarci tutte le nostre più insospettabili perversioni. Ed è così che i protagonisti della vicenda si ritrovano ad essere pedine di una scacchiera che solo noi siamo in grado di muovere.

Il poster di The Killing of a Sacred Deer rende sin da subito chiaro il carattere grottesco e inquietante de film.

Con il successivo The Killing of a Sacred Deer (distribuito in Italia con quasi un anno di ritardo), Lanthimos rinnova il sodalizio con Colin Farrell. L’attore irlandese è infatti il protagonista, insieme a Nicole Kidman e Barry Keoghan, di questa meravigliosa tragedia greca trasposta ai giorni nostri. Un gioco di tensioni, di emozioni represse che poi esplodono in un crescendo di sangue e riti sacrificali per poi scemare nella calma e nell’indifferenza del quotidiano. Tutto ciò scandito con precisione chirurgica, per tempistiche e scelte tecniche. Lanthimos raggiunge con The Killing of a Sacred Deer una nuova maturità estetica e artistica.

Con queste premesse, The Fvourite non può che preannunciarsi come uno dei film più interessanti di questa stagione. L’ultimo progetto di Lanthimos si presenta come una splendida combinazione tra humour sferzante e film a sfondo storico, impreziosito anche dall’interpretazione di Olivia Colman, anche lei premiata a Venezia con la Coppa Volpi. Dopo il successo ottenuto a Venezia, il regista greco sbarcherà al London Film Festival, in programma il prossimo ottobre. Purtroppo, per l’uscita nelle sale italiane si dovrà attendere gennaio 2019.

Senza alcun dubbio Yorgos Lanthimos rappresenta una nuova frontiera non solo nel cinema greco ma anche in quello internazionale, quasi una nuova speranza in una terra che ha forse scoperto un nuovo e degno testimone di una cultura assolutamente meravigliosa. Un autore che, attraverso anche i palcoscenici dei festival europei, è riuscito a ritagliarsi uno spazio nel panorama cinematografico mondiale e che, da ciò che traspare, ha ancora molto da comunicare.