Venom e l’ondata dei cinecomics: sono davvero un male per il cinema?

Alcuni mesi fa, hanno fatto piuttosto scalpore negli ambienti di Hollywood le affermazioni pronunciate da James Cameron, che non si è espresso a favore dei lungometraggi tratti dai fumetti; il regista di Avatar, Titanic e Terminator, pur ammettendo di essere per primo un fan dei Vendicatori della Marvel, ha dichiarato quanto segue: “Spero davvero che ci stancheremo tutti degli Avengers molto presto. Non che io non ami quei film. È solo che, insomma ragazzi, ci sono tante altre storie da raccontare“.

Ancora prima non sono passate sotto silenzio le affermazioni di Alejandro Gonzalez Iñárritu, regista di pellicole quali Babel e The Revenant – Redivivo, che in un’intervista pubblicata sul sito Deadline definisce i cinecomics come un “genocidio culturale”, film che «fingono di avere una qualche profondità […], ma che non dicono nulla, come scatole che contengono altre scatole e così via, senza lasciarti nessun senso di verità». Nel suo straordinario Birdman – o l’imprevedibile virtù dell’ignoranza (vincitore di 4 premi Oscar nel 2015 tra cui Miglior Film), il regista messicano sviluppa in toni sarcastici una critica verso il dilagante (e profittevole) fenomeno dei franchise dedicati ai supereroi, in quanto rappresentanti di una pornografia responsabile dell’infantilizzazione degli adulti.

Una provocante scena tratta dal film vincitore di 4 premi Oscar Birdman, diretto da Alejandro Gonzalez Iñárritu.

Nonostante le opinioni di registi di alto livello artistico e altri dissensi da parte di altre celebrità, i film tratti dai fumetti macinano incassi su incassi: per citare il caso dell’anno, l’ultimo Avengers: Infinity War ha raggiunto il traguardo del miliardo di dollari in soli 11 giorni di programmazione, battendo il precedente record tenuto da Star Wars: Il risveglio della Forza (rimanendo, quindi, sempre in casa Disney).

A prescindere dagli incassi, alcuni cinecomics sono stati apprezzati tanto dal pubblico quanto dalla critica, come il sopracitato Avengers: Infinity War e Logan, l’ultimo film interpretato da Hugh Jackman nei panni del personaggio di Wolverine, che ha ricevuto perfino una candidatura agli Oscar di quest’anno nella categoria Miglior Sceneggiatura Originale. Tuttavia, non possiamo ignorare che oggi un film è talvolta concepito come prodotto commerciale piuttosto che una mera opera d’arte, oggetto di aggressive operazioni di marketing, un bene prodotto da un’impresa che compete su un mercato concorrenziale. E l’impresa, per penetrare al meglio il mercato, è costretta ad alzare il budget di produzione per ottenere un risultato sempre più spettacolare, pompato di effetti speciali, o a ricorrere ad una semplice tattica di prequel, sequel, reboot, remake o spin-off, dividendo, magari, in due parti il capitolo finale.

Un’immagine tratta dal film Logan, con protagonista Hugh Jackman che, per l’ultima volta, veste i panni di Wolverine.

Pensiamo solo a quanti film di Spiderman sono stati realizzati negli ultimi anni. Ma anche per Batman (e Superman) il numero non è indifferente. Ciò non significa che a priori la quantità infici necessariamente la qualità di una serie di film: nella storia possiamo contare risultati più o meno riusciti, cinecomics che ci hanno divertito, commosso, annoiato, emozionato. I cinecomics non rappresentano solamente una semplice visione edonistica da consumare davanti ad uno schermo. In alcuni casi si tratta, piuttosto, di un’architettura sofisticata di immagini, suoni e ritmo, in grado di far leva sulle emozioni e sulle spettacolarizzazioni delle sequenze narrative.

Concludiamo citando un’affermazione del celebre regista britannico Christopher Nolan, autore tra gli altri di vincitori del botteghino e della critica quali Inception, Dunkirk e, senza andare molto lontano, della trilogia del Cavaliere Oscuro, in un’intervista pubblicata sul quotidiano Repubblica il 10 luglio dello scorso anno: “Io credo nell’immersione collettiva e nel formato gigante: non c’è storia tra grande schermo e laptop.”

Ben vengano, quindi, i cinecomics, se aiutano gli spettatori a vivere il cinema come esperienza, in tutte le sue forme, senza dover necessariamente razionalizzare e criticare ogni aspetto, a lasciarsi trasportare dalle emozioni, pur essendo al contempo un genuino intrattenimento.