Terry Gilliam: analisi di un regista in preda alla follia dell’immaginazione

“Questo è ciò che fa l’immaginazione: ci fa sopravvivere”

Nel panorama cinematografico moderno, è difficile trovare una collocazione ad un autore come Terry Gilliam: vuoi per la sua visionarietà, vuoi per il suo stile completamente fuori dagli schemi e dai canoni imposti dal cinema odierno. Eppure, il cineasta, nato a Minneapolis il 22 novembre 1940, ha realizzato capolavori che ancora oggi sono fonte d’ispirazione per aspiranti registi e cult assoluti della storia del cinema. Il suo nome è andato un po’ sbiadendosi a livello di fama negli ultimi anni, causa il continuo evolversi di un tipo di cinema che non preclude lo stile barocco e quasi manieristico cui Terry Gilliam è sempre stato solito mettere in scena.

L’elemento centrale del suo cinema è sicuramente la forte visività (“le immagini sono più forti, più immediate, più dirette, più comprensibili per la maggior parte del pubblico” come sosteneva) e il forte impatto estetico che riesce a comunicare a ogni sua pellicola, rendendolo un tratto stilistico inconfondibile, a partire dalla minuziosa focalizzazione sui dettagli nella costruzione della messa in scena. Uno stile grottesco e debordante, quasi psichedelico ed eccentrico, che ha contribuito a rendere a Gilliam una certa fama presso un certo tipo di pubblico, pur nella sua evidente autorialità.

Ammiratore di grandi maestri come Kubrick, Fellini, Kurosawa e Welles, la sua non definita appartenenza geografica gli porta ben presto l’appellativo di regista senza patria: nato e cresciuto in America, dal ‘67 si è trasferito a Londra, dove tuttora vive e ha preso cittadinanza. Dal punto di vista artistico, Gilliam conserva una pluralità di ruoli, essendo, oltre regista, anche sceneggiatore, attore, scrittore, animatore e scenografo, lavorando spesso in prima persona nei suoi film all’interno di questi comparti tecnici. La sua carriera inizia però come attore poiché membro del gruppo comico inglese dei Monty Python, che ha contribuito lui stesso a fondare: dal 1969 al 1974 fa il suo esordio in televisione realizzando, insieme agli altri componenti, il programma “Monty Python’s flying circus”, strutturato con un insieme di sketch.

La prima sperimentazione alla regia da parte di Terry Gilliam si ha nel 1975 con Monty Python e il sacro Graal insieme alla co-direzione di Terry Jones. Sebbene fosse il suo esordio dietro la macchina da presa di un lungometraggio, il film non fu considerato dal regista come proprio e personale, complice anche qualche dissidio e divergenza con il co-regista sulla disposizione delle inquadrature. La piena libertà creativa alla regia di un film Gilliam la ebbe per la prima volta nel 1977 quando scrive e dirige Jabberwocky, tratto liberamente dalla poesia omonima di Lewis Carroll contenuta nel romanzo Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, seguito de Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie: il regista inizia con questo film a delineare una determinata espressione artistica, che riproporrà in maniera ancora più marcata nelle sue prossime opere, oltre a tracciare una mescolanza di generi quali il fantasy, la commedia e il dramma, caratterizzati da una messa in scena estremamente cartoonesca e barocca.

Dopo quattro anni dal suo esordio alla regia (che aveva incassato poco in America ed era passato totalmente in sordina in Italia, tanto da essere stato distribuito direttamente in home video), Gilliam firma la sceneggiatura e la regia del suo secondo film indipendente, I banditi del tempo, per certi versi ancora più folle e immaginifico del precedente, perfezionando e maturando uno stile sempre più particolare, che inizia a emergere in maniera sempre più insistente. Il film si presenta all’apparenza come un film per ragazzi, se non fosse che la mano del regista anche nella sceneggiatura si palesa fortemente, inserendo una velata critica sociale e spunti di riflessione non affatto scontati per una pellicola di questo tipo.

Gilliam riprende l’ibridazione di generi del film precedente, avendo come base il fantasy e puntando però più fortemente sull’avventura, sviluppando una trama tanto bizzarra quanto affascinante: Kevin, un bambino poco considerato dai genitori (lobotomizzati da una società consumistica che gli propina l’ultimo forno a microonde o l’ultimo modello di tv), riceve una notte la visita di sei nani che lo porteranno insieme a loro attraverso differenti dimensioni temporali, esplorando cosi epoche diverse, dalla Francia di Napoleone al Medioevo fino all’Antica Grecia. E proprio l’esplorazione dei tempi storici è il punto forte del film, grazie soprattutto all’estrema attenzione che ha Gilliam per la messa in scena, ricostruendo con precisione ogni particolare: dalla creazione delle scenografie all’utilizzo di costumi, dal cambio di fotografia agli effetti speciali artigianali tanto cari al regista, lo spettatore è trasportato insieme ai personaggi in un viaggio onirico e fantastico, che diventa un pretesto per il regista per analizzare (sempre con l’ironia che contraddistingue l’ex Monty Python) i massimi sistemi.

Ecco quindi che la religione, la figura divina e la dicotomia tra bene e male sono centrali ne I Banditi del Tempo, oltre ad una critica satirica nei confronti della società, sempre più indirizzata verso derive tecnologiche e votata al consumismo, imprigionando gli stessi individui, non più liberi di sognare e immaginare. L’unico in grado di riuscirci è Kevin, che ha mantenuto la sua grande fantasia e cerca di evitare la realtà quotidiana. Inizia dunque ad emergere un fattore che accompagnerà quasi tutta la filmografia di Gilliam: il dualismo tra realtà e immaginazione, con la seconda che rappresenta, per il regista, la strada da seguire.

Dopo il ritorno alla co-direzione con Terry Jones in un film dei Monty Python (questa volta si tratta forse della pellicola cinematografica più conosciuta del gruppo intitolata Il Senso Della Vita), Gilliam nel 1985 scrive e dirige quello che in molti considerano all’unanimità il suo capolavoro, la summa finale della sua forza artistica ed espressiva: Brazil. Se i suoi due film precedenti avevano messo in mostra il talento del regista e il suo stile folle e stralunato, con quest’ultimo raggiunge la massima espressione del suo cinema, sia a livello di messa in scena che di tematiche affrontate. Ciò che salta agli occhi quasi immediatamente durante la visione, è come il film non sia per niente invecchiato in epoca attuale, non tanto a livello tecnico quanto a livello concettuale, risultando, in alcuni aspetti, addirittura avanti coi tempi.

Il regista ricostruisce un futuro distopico e apocalittico, dove il mondo è un luogo oscuro ed opprimente governato da potenti e spietate megaproduzioni, ossessionate da cavilli burocratici e dal controllo del sistema, recludendo e reprimendo l’individuo e la sua libertà creativa. La descrizione di uno scenario futuristico e surrealista del genere diventa un pretesto per Gilliam per ambientarci una storia bizzarra successa “da qualche parte nel ventesimo secolo” (come recitano i titoli di testa), e soprattutto per criticare la società attuale, sempre più vicina, secondo l’autore, a quella descritta nel film. Il protagonista è Sam Lowry, impiegato del Ministero dell’Informazione, che in seguito ad un errore burocratico si ritrova immerso in una serie di situazioni che lo porteranno a osservare ancora più da vicino la realtà in cui si ritrova, conoscendo un gruppo di terroristi che cercano di ribellarsi ad un sistema rigido e calcolatore.

Ispirato liberamente al 1984 di Orwell, Gilliam rafforza il suo credo stilistico attraverso un’atmosfera che percorre sfumature differenti (dal surreale al comico, dal dramma all’angoscia), di pari passo con la mescolanza di generi riproposta dal cineasta anche in questo film dopo la sperimentazione nei suoi lavori precedenti. L’impatto estetico e visivo solito del regista è ulteriormente rafforzato in una realtà grottesca che ibrida il noir alla commedia e alla fantascienza, grazie a una fotografia cupa in bianco e nero e un utilizzo stravagante di scenografie e costumi, marchio di fabbrica del cinema di Gilliam. Il regista cura ogni minimo aspetto e dettaglio, contribuendo egli stesso alla creazione artigianale dell’ambientazione: la metropoli rappresentata è volutamente non identificabile, aumentando il senso di claustrofobia e di alienazione dello spettatore davanti ad un paesaggio tanto opprimente e desolante.

La fantascienza gillamiana, nonostante sia completamente schizzata e surrealista, è ancora estremamente ancorata ai problemi e alle ossessioni che attanagliano la società attuale, mostrando alcuni aspetti che saranno sempre più presenti in epoca successiva (dalla chirurgia plastica alla burocrazia, dalla tecnologia al terrorismo). E proprio in Brazil viene estremizzato l’eterno dualismo tra realismo e fantasia, tra realtà e immaginazione: nel film, il protagonista, come lo saranno anche altri personaggi delle pellicole successive del regista, è imprigionato all’interno di un contesto sociale da cui è impossibile liberarsi, e l’unico strumento effettivo che ha a disposizione è il sogno, il potere dell’immaginazione (in questo caso, pensa di essere un eroe alato che salva la sua amata volando sopra il grigiore della metropoli). Con Brazil, Terry Gilliam tocca l’apice del suo cinema e della sua poetica, che difficilmente riuscirà a replicare negli anni seguenti.

A tre anni da Brazil, Gilliam scrive e dirige Le Avventure del Barone di Munchausen, una commedia che mescola il fantastico all’avventura, riproponendo ancora una volta il suo stile sia sul piano narrativo che su quello estetico, alleggerendo i toni e le atmosfere rispetto all’estrema cupezza di Brazil. Il film si rivela il primo vero flop al botteghino per il regista, anche e soprattutto per l’alto budget utilizzato, confermando un trend che si rivelerà troppo spesso un’abitudine nella sua carriera: i suoi film quasi mai hanno avuto un grande riscontro immediato di pubblico, ma lo hanno acquisito nel tempo, diventando veri e propri cult per i cinefili.

Con il film successivo, La Leggenda del Re Pescatore (targato 1991), Gilliam dirige per la prima volta uno script a cui non ha messo mano, lavorando con un cast di star già affermate quali Jeff Bridges e Robin Williams, con un budget più ridotto rispetto al film precedente e utilizzando solo in parte effetti speciali cartooneschi, lavorando maggiormente su una storia intima e umana. Ma ciò non gli impedisce di realizzare una messa in scena personale, riproponendo la solita potenza espressiva e dimostrando di saper rendere proprio anche un film diretto per commissione.

La pellicola segue il percorso di due personaggi: il primo è Jack, un Dj caduto in disgrazia dopo che in una trasmissione radiofonica spinge un ascoltatore che aveva chiamato a compiere una strage in un locale e a suicidarsi; il secondo è Perry, un senzatetto che ha perso la moglie proprio nella strage del locale e che pensa di vivere in un mondo fantastico, in cui è incaricato di trovare il Sacro Graal e di sconfiggere un cavaliere che lo perseguita. L’incontro tra i due personaggi diventa il giusto pretesto per compiere riflessioni sulla vita e sulla morte, e soprattutto, ancora una volta, sulla dicotomia tra realtà e sogno.

I temi principali affrontati da Gilliam sono differenti, dall’amicizia alla follia, fino all’immaginazione e al sogno come unici mezzi utilizzabili dall’uomo per ribellarsi ad una prigionia morale e a superare un evento traumatico, sovvertendo le cose. La Leggenda del Re Pescatore è sicuramente meno barocco e personale rispetto ad altri film più gillamiani (l’assenza del regista alla scrittura si fa sentire non poco), ma Gilliam riesce a dare il suo tocco folle nella messa in scena, soprattutto nelle visioni di Parry, che rappresentano forse i momenti migliori dell’intero film, mescolando commedia e dramma e relegando il fantasy ad un ruolo di secondo piano ma sempre ben presente nell’economia della pellicola.

Dopo la leggerezza e l’intimità di una favola moderna come La Leggenda del Re Pescatore, Gilliam torna alle atmosfere cupe ed angoscianti simili a Brazil, puntando ancora maggiormente sulla fantascienza rispetto al fantasy. Nuovamente diretto su commissione (la sceneggiatura è firmata da David Webb Peoples, lo stesso di Blade Runner), con L’Esercito delle 12 scimmie cambia completamente tono e registro, affrontando anche un genere come il thriller che quasi mai aveva esplorato prima.

Nell’anno 2035, la Terra è stata colpita da un virus che ha portato i pochi sopravvissuti a vivere nel sottosuolo, unico posto realmente abitabile; James Cole, interpretato da Bruce Willis, si trova in un carcere per qualche crimine ignoto e viene inviato, con la promessa della futura scarcerazione, indietro nel tempo dai capi delle comunità sotterranee per scoprire le cause effettive della diffusione della malattia e per cercare di migliorare le condizioni future.

Terry Gilliam lavora ancora una volta sulla descrizione di un futuro apocalittico ed opprimente, approfondendo la visione già mostrata in Brazil, in quello che è tra i suoi film più conosciuti e tra i pochi successi commerciali della sua carriera. L’Esercito delle 12 scimmie è una pellicola dai mille significati e sfumature: il messaggio principale che lancia il film è la totale impossibilità di cambiare il passato, nonostante il viaggio nel tempo: tutto ciò che è successo non può essere alterato e modificato e, per quante informazioni si possano conoscere a riguardo, non c’è modo di impedire il compimento degli eventi, tanto meno tornare indietro per correggerli.

Il tema del trasporto temporale è esplorato quindi in maniera originale nel film, a differenza di altri casi cinematografici, poiché è utilizzato ai fini della conoscenza e della scoperta di dettagli usufruibili per cambiare piuttosto il futuro, invece che il passato. Le azioni dell’uomo sono quindi immutabili, ed ecco che il film apre a riflessioni interessanti sulla tendenza dell’umanità all’autodistruzione, tant’è che il virus è opera proprio dell’uomo, che procede senza realmente accorgersene.

Ma un altro punto interessante che il film analizza è il concetto di follia, da sempre elemento centrale nel cinema di Gilliam, non solo con il progressivo diventare pazzo del protagonista, ma anche e soprattutto per l’attitudine sociale nel colpevolizzare a priori coloro che vengono definiti schizofrenici: è il caso di Jeffrey, il personaggio interpretato da Brad Pitt. Dopo La Leggenda del Re Pescatore, Gilliam conferma con L’Esercito delle 12 scimmie di sapere adattarsi anche ad un progetto non suo in partenza, ma rendendolo perfettamente affine alle proprie caratteristiche lavorando soprattutto sulla messa in scena e su uno stile registico personale ormai ampiamente collaudato.

Grazie al successo de L’Esercito delle 12 scimmie sia di pubblico che di critica, l’ex Monty Python è convinto a scrivere e dirigere il suo film cult per antonomasia, Paura e Delirio a Las Vegas, con Johnny Depp e Benicio Del Toro e ispirato al romanzo Paura e Disgusto a Las Vegas di Hunter S.Thompson. Il regista questa volta si distacca dalla sua vena fantasy e fantascientifica per raccontare l’America di inizio anni ‘70 in piena guerra del Vietnam, periodo in cui l’unico modo per fuggire alle tendenze guerrafondaie del governo era lo stato onirico creato dall’evasione lisergica e dal supporto degli stupefacenti: il distacco dalla realtà descritto in ogni film da Gilliam non è dato questa volta dal sogno o dall’immaginazione fantastica e creativa dell’individuo, ma dall’utilizzo di droghe e allucinogeni. Il film è un road movie che segue il viaggio verso Las Vegas da parte di Duke, un giornalista che deve realizzare un servizio su una corsa di moto, e di Gonzo, il suo avvocato, che presenzierà ad una convention di avvocati e procuratori.

Il film si rivela un flop al botteghino (solo 10 milioni di dollari incassati a fronte dei 18 spesi) che tiene Terry Gilliam lontano dalla macchina da presa ben 7 anni. E’ il 2005 infatti quando al cineasta viene affidato I fratelli Grimm e l’incantevole strega, uno script che per certi versi si adatta perfettamente alle sue peculiarità registiche e un film in cui può tornare ad atmosfere fantasy per eccellenza. Da sempre grande amante dei Grimm e delle loro fiabe, Gilliam accetta la sfida di dirigere questo film ed il punto forte della pellicola è ancora una volta a livello estetico e di messa in scena. Se la sceneggiatura infatti risulta a tratti piuttosto scontata e banale, seppure l’idea di base sia affascinante ed intrigante, la mano gillamiana nella ricostruzione degli ambienti e delle scenografie è quella di sempre, con la creazione di un’atmosfera surreale e cartoonesca che aveva già mostrato in I Banditi del Tempo e Le Avventure del Barone di Munchausen, che qui viene ancora più evidenziata, dato il carattere già di per sé fiabesco della trama, che vede appunto i due fratelli Grimm intenti ad imbrogliare gli abitanti dei villaggi tedeschi fingendosi esorcisti di streghe ed esseri malvagi, sfruttando la loro ossessiva superstizione.

Lo stesso anno Gilliam dirige quello che è forse il suo film più sottovalutato e meno conosciuto, Tideland – Il Mondo Capovolto, che segue la storia di una ragazzina di nome Jeliza-Rose che, rimasta orfana di madre (morta per overdose) e con un padre tossicodipendente, viaggia con la mente in un mondo fantastico popolato da strane creature e bambole. Qui il regista torna a riflettere nuovamente sulla contrapposizione tra realismo e immaginazione, utilizzata ancora una volta da un bambino per fuggire ai problemi del quotidiano (come accaduto nel suo precedente lavoro I Banditi del Tempo).

Dopo i Fratelli Grimm e Tideland, è la volta del film Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo, ricordato dalla massa più per la sua difficile (e tragica) produzione e per la cronaca che per l’effettivo valore filmico. E’ infatti l’ultimo film in cui recita il compianto Heath Ledger (che aveva già lavorato con Gilliam ne I Fratelli Grimm), la cui morte a metà delle riprese ha fatto pensare più volte al regista di abbandonare il progetto; ma la sua eterna testardaggine e determinazione, spinta anche e soprattutto dagli amici dell’attore scomparso Johnny Depp, Colin Farrell e Jude Law, subentrati a ricoprire le sue parti, hanno avuto la meglio, facendo procedere cosi alla riscrittura della pellicola e adattando i tre attori al ruolo di Ledger.

La vicenda segue le avventure del Dottor Parnassus, capo della compagnia teatrale “The Imaginarium” che offre al pubblico spettacoli straordinari, guidando la loro fantasia verso nuovi orizzonti e mondi inesplorati grazie ad uno specchio magico. Egli ha però stipulato un patto con il diavolo in cambio dell’immortalità: quando la figlia compirà 16, sarà costretto a cedergliela. L’incontro-scontro tra una società in cui tutto può diventare vendibile in cambio di possedere qualcosa (perfino la stessa anima) e il mondo immaginario ed immaginifico creato da Parnassus è l’occasione per Gilliam per ragionare, per l’ennesima volta, sulla forza dell’immaginazione e della fantasia, azzardando un parallelismo tra il Dottore e lo stesso regista, entrambi geni visionari intenti a fornire ai propri spettatori esperienze uniche, grazie alla potenza delle immagini.

La filmografia di Gilliam è quasi sempre stata legata a doppio filo a due generi differenti, il fantasy e la fantascienza, quasi agli antipodi per come vengono trattati. Da una parte abbiamo orizzonti immaginari e fantastici con atmosfere leggere e surreali, mentre dall’altra una costruzione cupa e pessimista (o fin troppo realista?) di un futuro distopico in cui l’uomo sembra vivere imprigionato ed oppresso dal contesto sociale in cui è inserito. Se il primo genere è sicuramente più presente nella carriera del regista, il secondo è emerso con pochi, significativi film, tanto da formare addirittura una sorta di trilogia ideale, con alcuni temi e aspetti ricorrenti, tra cui in primis la completa visione di un futuro (e di un presente) della nostra società da parte dell’autore.

Così, The Zero Theorem è il tassello mancante che va ad unirsi a Brazil e L’Esercito delle 12 scimmie, tutti e tre riguardanti un’idea e una critica ben precisa sul futuro dell’umanità, una sorta di avviso che parte però dal presente, perché Gilliam è sempre stato interessato a parlare dell’attualità in cui viviamo pur raccontando di un futuro all’apparenza lontanissimo. In The Zero Theorem il mondo futuristico è aggiornato alla rivoluzione digitale che stiamo vivendo in quest’epoca, esasperando dunque l’ossessione per la tecnologia che ha da sempre colpito il regista fin dai tempi de I Banditi del Tempo e Brazil. Il genio informatico Qohen Leth, interpretato da Christoph Waltz, vive recluso in un ex cappella bruciata dalle fiamme, in attesa della chiamata che possa portare un senso ad un’ esistenza opprimente.Paradossalmente la chiamata arriva, ma è quella del suo capo Management (Matt Damon), che lo incarica di dimostrare il Teorema Zero, una prova matematica secondo cui la vita non ha alcun senso, rendendo la nostra esistenza nulla.

Il film è in puro stile Gilliam, dunque totalmente nichilista, sulla scia di Brazil, sia nella descrizione di un futuro governato da multinazionali, tecnologia e realtà virtuale, ispirandosi nella messa in scena agli scenari cyberpunk di Blade Runner, sia nel raccontare la condizione alienante e di solitudine di Qoehn, ossessivamente alla ricerca di una svolta nella sua vita e bisognoso di un contatto sociale e relazionale. La riflessione dell’autore sul forte paradosso di vivere in un mondo sempre più connesso e ristretto, grazie anche all’utilizzo dei social network, ma sentirsi incredibilmente soli è tremendamente attuale, in un’epoca in cui si cerca maggiormente il contatto dietro uno schermo piuttosto che la presenza fisica.

In conclusione, Terry Gilliam è probabilmente tra gli autori più folli e visionari provenienti dal ventesimo secolo che, tramite il suo stile grottesco e spesso surreale, capace di passare con disinvoltura da un genere all’altro senza perdere la sua identità espressiva, ha raccontato in un’eccellente filmografia la società in cui viviamo, proiettandola in un futuro apocalittico, costantemente sospesa tra una realtà algida e la fantasia dell’immaginazione, unico mezzo efficace per l’individuo di vivere nuove esperienze e distaccarsi dall’ordinario. Il grande impatto estetico e visivo del regista gli permettono di essere tra gli autori più cult e amati in assoluto tra i cinefili, nonostante non abbia mai goduto di troppa fortuna al botteghino.

La grande determinazione che lo ha contraddistinto durante tutta la carriera lo ha portato a inseguire, e molto spesso a realizzare, i progetti dei suoi sogni: il caso emblematico è l’ultimo suo film, L’Uomo che Uccise Don Chisciotte, in uscita nelle sale dopo una lunghissima e travagliata lavorazione iniziata per la prima volta nel 1998, e che ha portato il regista, colpito da sfortuna, mancanza di tempo e problemi con il cast e il budget, a rinviare sempre il progetto, sulla cui produzione, è stato tratto perfino un documentario intitolato Lost in La Mancha.

Finalmente Gilliam è riuscito a portare a termine il sogno di una vita, adattando l’opera di Miguel De Cervantes sul grande schermo, ed è pronto a donare al suo pubblico l’ennesima, straordinaria avventura cinematografica come ben pochi cineasti al giorno d’oggi sono in grado di regalare.