Spike Lee e il suo ultimo film Blackkklansman

Dopo gli ottimi pareri suscitati alla 71° edizione del festival di Cannes, sfociati nella vittoria del Grand Prix speciale della giura, moltissime sono le aspettative per l’uscita nelle sale italiane del nuovo film di Spike Lee, Blackkklansman, in tutti i cinema a partire dal 27 Settembre. Uscito negli Stati Uniti da più di un mese, la pellicola segna il ritorno del regista afroamericano dopo tre anni di silenzio, quando collaborò con Amazon Prime Video nella realizzazione di Chi-Raq, basato sulla commedia greca “Lisistrata” di Aristofane.

Un periodo di lontananza che potrebbe portare a domandarci: Spike Lee avrà fatto anche stavolta la cosa giusta? Da ciò che trapela, la risposta non potrebbe essere più positiva di così.

La storia di Blackkklansman si svolge all’inizio degli anni ‘70, un periodo connotato da grandissimi cambiamenti all’interno della società americana, imperversata dalle lotte delle minoranze per l’ottenimento dei diritti civili. In questo contesto di grande incertezza, Ron Stallworth, interpretato da John David Washington, primo detective afroamericano del dipartimento di polizia di Colorado Springs, cerca di guadagnarsi il rispetto dei propri colleghi ancorati ad un passato di segregazione con una mossa sconsiderata: infiltrarsi, attraverso varie telefonate, nel gruppo locale del Klu Klux Klan, guidato dal Gran Maestro David Duke. Coinvolgendo il proprio collega, l’ebreo Flip Zimmerman, interpretato da Adam Driver, Stallworth parteciperà ad un gioco pericoloso, immergendosi nell’odio nascosto dell’America.

Un’immagine tratta da Blackkklansman che mostra i protagonisti del film.

Prendendo (ancora una volta) un’incredibile storia vera, l’autore di alcuni film capolavoro come Do the right thing e Malcolm X continua il suo personale viaggio nella storia afroamericana, evidenziandone i conflitti interrazziali e le loro ambiguità. Come da lui stesso espresso molte volte, non c’è la voglia di esaltare quella parte dell’America a cui lui sente di appartenere, quanto quella di mostrare le difficoltà, i punti di scontro e di incontro e il vivere quotidiano degli appartenenti a diversi gruppi etnici nella vita americana, un terreno ideologico ostico ancora ai giorni nostri.

È innegabile, prendendo solamente le immagini viste nel trailer, come il regista abbia ancora a cuore l’utilizzo del colore e un uso iperrealista della fotografia. I contorni degli ambienti e i personaggi del mondo cinematografico di Lee hanno sempre una forte demarcazione, risultando come impressi sulla pellicola. I colori utilizzati non fanno che accentuare la sensazione che il regista americano cerchi continuamente di parlare non solo con le parole, ma anche attraverso le forti contrapposizioni di tonalità cromatiche; le sfumature calde si scontrano totalmente coi colori freddi, in un gioco in cui Lee sembra usare il pennello per descrivere le diversità e le disuguaglianze.

Una scena del film con i protagonisti Ron Stallworth (John David Washington) e Flip Zimmerman (Adam Driver)

Non può non essere menzionato anche un certo citazionismo per il genere Blaxploitation degli anni settanta: i costumi, il trucco e le acconciature paiono per certi versi un omaggio alle pellicole del grande Jack Hill. Gli anni passano, nascono nuovi registi e le regole del cinema sembrano essere messe continuamente in discussione, ma Spike Lee, oramai un esperto del mestiere, pare riuscire sempre ad imporsi: come un abile artigiano, ripropone ciò che lo ha reso grande, creando ogni volta un prodotto unico, molto più rivoluzionario di alcuni registi contemporanei.

Non ci resta altro che aspettare l’ennesimo “Joint” del regista afroamericano, gustandoci il trailer di Blackkklansman in attesa della sua uscita nelle sale italiane.