Netflix e le piattaforme streaming alla conquista dei festival del cinema

«Netflix è come la Tesla. E tutti e due creano un giusto scompiglio». Così afferma David Cronenberg. E come dare torto al regista canadese, invitato al Lido per ricevere il Leone alla carriera durante la 75Mostra Internazionale di Cinema di Venezia. Tema scottante, ancora molto discusso, è proprio la presenza al festival di numerosi film targati Netflix (e Amazon Studios). È giusto che i prodotti destinati a una piattaforma di streaming piuttosto che alla sala concorrano all’interno di una manifestazione cinematografica?

L’inizio della battaglia scoppia nel 2017, quando il direttore del Festival di Cannes, Thierry Fremaux, apre le porte a Netflix durante la 70a edizione. Per la Palma d’Oro infatti gareggiano Okja di Bong Joon-ho e The Meyerowitz Stories di Noah Baumbach. Quest’anno invece, nell’edizione 2018, Fremaux impedisce ai film targati Netflix di partecipare alla competizione dal momento che la piattaforma di streaming non aveva distribuito in sala i suoi prodotti.

Prodotto da Netflix, l’ultimo film diretto da Alfonso Cuaron, Roma, è riuscito a trionfare al festival di Venezia nonostante i detrattori delle piattaforme streaming.

Tutt’altra storia a Venezia, dove Netflix è stato argomento di dibattito fra sostenitori e detrattori. Non sono infatti mancati fischi alla comparsa sul grande schermo della famigerata N rossa, marchio di ben sei film. In concorso c’erano Roma di Alfonso Cuarón, The Ballad Of Buster Scruggs dei fratelli Coen e 22 July di Paul Greengrass, nella sezione Orizzonti Sulla mia pelle di Alessio Cremonini mentre fuori concorso il film incompiuto di Orson Welles The Other Side Of The Wind e il documentario They’ll Love Me When I’m Dead. Una ricca rosa di lungometraggi e ad aggiungere un ulteriore elemento alla questione, a trionfare è stato proprio un film Netflix: il bellissimo Roma.

Ma le dichiarazioni in favore di Netflix rilasciate dal direttore del festival, Alberto Barbera, e da David Cronenberg, insieme alla vittoria del Leone d’Oro, non hanno ancora convinto né gli spettatori più scettici né tanto meno molti esercenti, che non accettano di proiettare film presenti contemporaneamente in streaming. E dunque si ritorna alla domanda di partenza: pro o contro Netflix? Al di là di posizioni sostenute per partito preso, è evidente che le piattaforme in streaming abbiano cambiato non solo la fruizione dei prodotti mediali, ma anche lo stesso linguaggio audiovisivo.

Anche i fratelli Coen si sono piegati alla piattaforma Netflix con il loro ultimo film intitolato The Ballad of Buster Scruggs, un geniale western multi-episodico.

Come i corpi del body horror del già citato Cronenberg, anche i linguaggi cambiano, mutano, si evolvono in nuove forme. Proprio durante il festival di Venezia è stato possibile osservare alcuni sintomi di questa ibridazione fra film e serie televisive. Molte opere presenti al Lido sono decisamente lunghe, dai 152’ di Suspiria (per altro prodotto da Amazon Studios) ai 188’ di Opera senza autore. Forse i cineasti hanno pensato che un pubblico abituato al binge watching estremo fosse pronto per sostenere film dal minutaggio elevato. I tempi si dilatano, proprio come quelli della serialità televisiva che sembra aver trovato il suo standard in otto o dieci puntate da 50’. Circa otto ore di narrazione, spesso divorate nell’arco di pochissimo tempo da spettatori sempre più affamati.

Un’altra caratteristica di alcuni lungometraggi del festival è la suddivisione in capitoli delle storie. The Favourite, Suspiria e Vox Lux sono costruiti come romanzi, narrazioni continue in cui compaiono veri e propri titoletti che separano le diverse sezioni del film, mentre The Ballad Of Buster Scruggs è un’antologia western a episodi, il corrispettivo cinematografico di una raccolta di racconti. Certo, non sono nuovi nella storia del cinema i film corali a puntate, impianto usato specialmente nel genere horror (dai britannici portmanteau horror films degli anni ’60 e ’70 ai più recenti ABC’s Of Death e Tales Of Halloween). Tuttavia è interessante notare come questo tipo di costruzione narrativa stia influenzando i film in un momento in cui le serie tv spopolano.

La narrazione a episodi si è rivelato il tratto vincente di questa edizione cinematografica 2018.

Ibridazione è la parola d’ordine. E forse lo è anche per quanto riguarda la produzione e distribuzione dei film. Già Sulla mia pelle è stato proiettato in alcune sale italiane mentre era disponibile su Netflix e così sarà anche per Roma e 22 July. La comodità di vedere prodotti audiovisivi ovunque su dispositivi mobili non toglierà la magia della sala buia: i cinefili non solo continuano ad andare al cinema, ma possono anche recuperare film interessanti e degni di nota che hanno trovato una “casa” su piattaforme di streaming piuttosto che in sala. Netflix ha sicuramente cambiato il mondo del cinema, sta continuando a farlo e non sempre quantità significa qualità.

Tuttavia non si può più fare a meno di ignorare questo tipo di innovazioni. Pena il rimanere indietro, poco aggiornati, inchiodati a modelli non più attuali. E forse anche la perdita di un vincitore del Leone d’Oro.