Dalla Corea con furore: Mademoiselle, la nuova fatica del regista esteta Park Chan-Wook

Tra le grandi luci e gli imponenti grattacieli di Seoul trova la natalità uno dei maggiori esponenti del cinema asiatico dell’ultima decade: Park Chan-Wook.

Il regista, formatosi tra i circoli letterario-artistici della metropoli coreana ed enormemente ispirato dall’opera di Hitchcock, spende la giovinezza cercando di maturare una visione artistica e cinematografica che possa essere personale ed innovativa. I primi lavori, dei tremendi flop di critica e botteghino, rendono la giovinezza registica di Park difficile, obbligandolo ad affrontare le sue esigenze economiche tramite lavori saltuari e poco pagati, ma senza mai riuscire a scalfire la sua convinzione di dover e voler regalare al mondo il frutto della sua visione cinematografica.

Proprio questa persistenza, questa sicurezza nei proprio mezzi, ha reso Park Chan-Wook il regista che è; l’unicità è ciò che l’ha reso grande. Quando sarebbe stato davvero facile per un regista agire in ottemperanza ai canoni imposti dal mercato cinematografico commerciale, Park Chan-Wook ha imposto le sue idee.

Probabilmente l’immagine più famosa tratta dal secondo capitolo della Trilogia della vendetta, Oldboy.

Se a testimonianza di ciò non trovate sufficiente la copiosa spesa di belle parole, mie e di altri, allora non resta che far parlare i suoi lavori. Gemma preziosa di un enorme patrimonio di capolavori è la sua “Trilogia della Vendetta”, composta cronologicamente da Mr. Vendetta, Old Boy e Lady Vendetta.

Pietra angolare del magnifico trittico di opere è decisamente Old Boy, capolavoro con il quale Park Chan-Wook realizza la sua opera prima, l’apoteosi del suo personalissimo stile. Il film, ispirato ad un celebre albo a fumetti omonimo, riesce a fondere una trama veloce ed accattivante, narrativamente fruibile per chiunque, ad uno stile sopra le righe, fumettistico e sanguinolento, a volte spinto tanto al limite da risultare grottesco. La ricerca della vendetta da parte del protagonista è girata con uno stile feroce e crudo, ma allo stesso tempo elegante, perché nella cura dei dettagli risiede uno dei punti di forza del cinema di Chan- Wook.

Il primo e l’ultimo capitolo della Vendetta sono altrettanto eccezionali, tanto curati nei dettagli da essere eleganti, ma tanto forti e diretti da riuscire quasi a fare male, ed in poco tempo la trilogia nella sua interezza diventa una cupa e sanguinolenta caduta libera nella spirale del castigo e del senso di colpa, dove non ci sono vinti o vincitori, ma solo una fredda pratica atta a concretizzare lo sterile desiderio di punire chi ha punito, non per una sorta di giustizia superiore, ma per il mero gusto di farlo.

Un’immagine tratta dal film Lady Vendetta, il terzo e ultimo capitolo della Trilogia della vendetta di Park Chan-Wook.

Con questo spietato trio di titoli Park Chan-Wook, nei primi anni del nuovo millennio, imposta, in concomitanza con il collega Bong Joon-Ho, i canoni del nuovo cinema coreano. Esplode la voglia di girare cinema estremo, non nei contenuti, ma nel modo di rappresentarli, a prescindere dal genere di storia che si vuole raccontare, sia che si tratti del riadattamento di un romanzo inglese classico, sia che si tratti di un’avventura cyberpunk con animali robot. Seppur non accolti sempre positivamente in patria, i nuovi stilemi di Chan-Wook valicano il difficile muro del mondo occidentale e conquistano i cuori dei cinefili dalla parte opposta del mondo.

Approdato nelle sale americane, ma soprattutto in quelle europee, il cinema di Chan-Wook si apre a nuove narrative e tematiche, tant’è che il regista nel 2016 decide di compiere l’ennesima fatica girando il film Mademoiselle (The Handmaiden), adattamento cinematografico coreano di Ladra di Sarah Walters, romanzo inglese ambientato nella seconda metà dell’800. Il film, che uscirà nelle sale italiane solo a breve, rappresenta il tentativo del regista di tornare in patria (nel 2013 aveva lavorato su Stoker, film completamente a produzione hollywoodiana), ma di tornarci con una forma nuova. Passiamo quindi a concentrarci sull’analisi di questo suo ultimo film arrivato nelle nostre sale con ben due anni di distanza rispetto ai festival e al resto del mondo.

Il poster del film The Handmaiden, conosciuto anche con i titoli Agassi e Mademoiselle.

Mademoiselle è un’opera lunga e meditativa, che esibisce senza indugi il classico approccio registico di Chan-Wook, ma offrendo una nuova storia a pubblico e critica. Il racconto è un cupo intreccio di imbrogli, umiliazione sentimentale ed erotismo morboso, il tutto tenuto assieme dal meraviglioso senso estetico del regista, crudo, ma innegabilmente elegante nel dipingere ogni scena. Famoso per la sua cura dei dettagli, Park Chan-Wook divide il film in tre segmenti separati, tutti destinati a raccontare la stessa vicenda, ma da punti di vista diversi.

Il primo capitolo verte sulla vita della minuta Sook-Hee, giovane donna la cui unica sfortuna nella vita è stata quella di venire adottata da un gruppetto di ladri. Proprio questa sfortuna vincola Sook-Hee alla dovuta collaborazione con il sedicente Conte Fujiwara (Jung-Woo Ha), il quale non è altro che un truffatore che ha intenzione di fingersi nobile per poter mirare al cuore e alla borsa della facoltosa signorina Hideko. La complessa macchina di bugie e maschere architettata da Fujiwara e collaboratori sembra funzionare molto bene, complice una signorina Hideko che si presenta di animo esageratamente buono e di spirito troppo naïve per poter vedere il marcio nelle lodi del pretendente.

Una scena tratta dal film The Handmaiden. che uscirà in Italia con il titolo di Mademoiselle.

Il secondo capitolo, però, cambia le carte in tavola e, con piccolo movimento rotatorio attorno alla narrazione, ci porta dalla parte di Hideko, posizionandoci su quel punto dal quale sono visibili tutti i suoi difetti e panni sporchi. Lo spettatore scopre lentamente la vera personalità di Hideko, dai suoi comportamenti più insignificanti, fino alla sua sessualità più spinta. Il terzo ed ultimo capitolo invece cade come una spada di Damocle sopra le teste di tutti i protagonisti, facendo cadere le maschere e sbriciolando gli artifici, mettendo a nudo la sorpresa finale: quella che dovrete vedere coi vostri occhi al cinema.

Il film, non apprezzato in patria ed in altri Paesi europei per le ripetute scene forti, specialmente quelle riguardanti il sesso saffico, è un tentativo raffinato ed esteta di Chan-Wook di tornare nella sua vecchia casa con un nuovo contenuto. La complessità del film lo rende sicuramente un prodotto non fruibile per tutti, ma è impossibile non restare affascinanti guardando questo film finemente scritto cambiare maschera mille volte nel corso della sua intera durata. Forte di tre diverse essenze narrative, Mademoiselle contiene in sé davvero tanto, forse a volte troppo. È un film che rischia di scivolare sulla lunga distanza e perdere un po’ di pathos, ma ciò non toglie che sia una finestra allettante per i cinefili voyeuristici, quelli a cui piace guardare da fuori degli eventi ben scritti e godere tremendamente di un estetismo meraviglioso e con una punta di arroganza.