Le assaggiatrici: l’analisi della storia raccontata nel romanzo di Rosella Postorino

Vincitore del premio Campiello 2018, Le assaggiatrici di Rosella Postorino, edito da Feltrinelli, è diventato in breve tempo un caso editoriale che ha diviso l’opinione pubblica. Molti lo reputano un ottimo punto di riferimento per episodi della storia ancora celati, altri considerano il romanzo come l’ennesima uscita su un periodo già conosciuto, di cui si è sviscerato ogni elemento. Probabilmente la verità è come sempre nel mezzo e l’unica certezza è rappresentato dal fatto che il libro ha svelato un aspetto quasi sconosciuto della seconda guerra mondiale: quello delle assaggiatrici.

Donne costrette ad assaggiare il cibo di Hitler prima del dittatore, per assicurarsi che non fosse avvelenato. Nell’autunno del 1943, dieci donne venero arruolate al servizio del Führer per provare i piatti che uscivano dalle cucine in modo da scongiurare ogni possibile tentativo di avvelenamento del dittatore. Dopo i pasti, le guardie tenevano le donne sotto osservazione tra pianti e sollievo finale.

Una storia riscoperta qualche anno fa dall’ultima delle assaggiatrici, Margot Woelk. La donna era stata arruolata a 24 anni quando a causa di un bombardamento si è vista costretta a raggiungere i suoceri a Gross-Partsch, paesino della Prussia dell’Est, attuale Parcz in Polonia, a soli tre chilometri dal quartier generale di Hitler. La donna racconta: “Hitler seguiva una dieta vegetariana, quindi noi mangiavamo principalmente verdure, cereali, pasta e riso. Ogni giorno il cuoco del Führer ci serviva frutta esotica, piselli, asparagi, verdure freschissime accompagnate da salse squisite”. Ma ogni boccone poteva rivelarsi l’ultimo.

Una sfida riservata a giovani donne reclutate dalle SS, roulette russa senza fine che tra gusto e paure, è durata molto tempo. Dopo un tentativo di assassinio verso Hitler le donne vennero rinchiuse in una scuola e controllate a vista, giorno e notte. Verso la fine della guerra, con l’esercito alle porte, un luogotenente tedesco avvertì Margot e la accompagnò su un treno verso Berlino. Solo più tardi la fuggitiva scoprì che tutte le sue compagne erano morte. Unica sopravvissuta e ricercata dalle SS, ancora oggi ricorda: “La mia vita prese una svolta ancora peggiore. Io e le altre giovani ragazze cercavamo di vestirci come delle vecchie per non farci notare, ma i russi ci presero lo stesso, ci tagliarono gli abiti e ci chiusero nella casa di un medico, dove ci violentarono per 14 giorni di fila”. Alla fine riuscì a ritrovare il marito con il quale invecchiò tra fantasmi e rimpianti. Una storia forte, simile ad altre che si sono svolte in tempo di guerra.

La scrittrice Rossella Postorino ha creato un racconto ispirato alla storia vera dell’assaggiatrice tedesca, avendone letto un trafiletto su un giornale italiano. L’autrice racconta: “Quando, qualche mese dopo, riuscii a trovare il suo indirizzo a Berlino, con l’intenzione di inviarle una lettera per chiederle un incontro, appresi che era morta da poco. Non avrei mai potuto parlarle, né raccontare la sua storia. Potevo però provare a scoprire perché mi avesse colpita tanto. Così ho scritto questo romanzo”.

Il libro, nato da quest’idea, presenta uno stile scorrevole e perfetto per raccontare storie sconvolgenti con tatto e sensibilità. Le parole si susseguono fluide e forti sino al finale spettacolare. Un regalo inaspettato per impreziosire la trama storica di un periodo difficile ed ancora buio per alcune parti.

Leggendo il romanzo vincitore del premio letterario italiano, non è difficile riscontrare delle analogie con il libro Al servizio di Adolf Hitler di V.S. Alexander, edito da Newton Compton. Storie e trame simili che rievocano umiliazioni e dolore, come nel famoso film La ciociara. Nella pellicola, Sophia Loren e la figlia Eleonora Brown, scappano dalle bombe, di città in città. Infine, le due vengono trovate e violentate in una chiesa diroccata da un gruppo di Goumier, soldati marocchini dell’esercito francese. Violenze gratuite dettate da disperazione e povertà perché la guerra cambia tutto e tutti, a volte facendo emergere ed esaltare l’individualismo per sopravvivere.

Donne “salvate”, come le definirebbe Primo Levi, su cui grava la colpa del superstite. Forse è per loro che Margot ha deciso di aggiungere un nuovo tassello ad un mosaico ricco di sangue e dolore. In memoria, per la memoria. “Ogni giorno mi vesto, mi metto i miei gioielli e mi trucco, non sono una donna sconfitta, malgrado quello che mi è capitato ho sempre cercato di essere felice, non ho mai perso il mio sense of humour, sono solo diventata più sarcastica. Ho deciso di non prendere le cose in maniera drammatica, è stato questo il mio modo di sopravvivere”. Margot raccontava la sua storia mangiando una fetta di torta alla crema ed esclamando: “Deliziosa! Mi ci è voluto molto tempo per tornare a godere del cibo, ma ce l’ho fatta, non è stato facile ma credo di aver finalmente sconfitto le mie paure”.

Racconti reali e romanzati di donne al limite, vite violentate che quasi nessuno è riuscito a tutelare e che hanno difeso la propria vita con le unghie e con i denti.

La scrittrice ha preso ispirazione dalla vista di Margot Wolk e durante un’intervista racconta: “Ho scelto di raccontare la sua storia perché racconta la guerra dal punto di vista delle donne, che restano a casa, ma che in questo caso fanno parte a loro volta di un piccolo esercito, un esercito senza armi se non il proprio corpo, e che come soldati sono costrette a sacrificare la propria esistenza per una causa più grande: il Terzo Reich”.